lunedì 30 settembre 2013

Sicilia, terra d'amuri

 
"Purtroppo siamo famosi nel mondo anche per qualcosa di negativo, quelle che voi chiamate piaghe. Una terribile e lei sa a cosa mi riferisco è L’Etna, il vulcano che quando si mette a fare i capricci distrugge paesi e villaggi. Ma è una bellezza naturale. Eeee ma c’è un’altra cosa e questa è veramente una piaga grave che nessuno riesce a risolvere, lei mi ha già capito: è la siccità. Da queste parti la terra d’estate brucia, è secca, una brutta cosa, ma è la natura e non ci possiamo fare niente. Ma dove possiamo fare e non facciamo, perché, in buona sostanza, non è la natura ma l’uomo, è nella terza e più grave di queste piaghe, che veramente diffama la Sicilia ed in particolare Palermo agli occhi del mondo. Eeee lei ha già capito, è inutile che io glielo dico, mi vergogno a dirlo: è il traffico! Troppe macchine, è un traffico tentacolare, vorticoso che ci impedisce di vivere e ci fa nemici, famiglia contro famiglia".


Questa lunga citazione dal film di Benigni, Johnny Stecchino, per dire finalmente, fuori dai denti, la verità, sulla piaga che il tassista in quella scena sembra sempre alludere senza dire, quella piaga che veramente stritola la Sicilia e ne tiene lontane le persone nel timore di ritrovarsi loro malgrado invischiate in tragedie irrisolvibili. Sì, il vero problema di Palermo, il dramma che soffoca la città, che le impedisce di vivere e respirare, che la avviluppa come una piovra, è un altro: l'ormeggio!

Diciamo però una cosa, è un problema non solo siciliano ma di tutta l'Italia, un problema che dopo quattro mesi di disponibilità assoluta di ormeggi a costo prossimo allo zero percepisco in modo ancora più toccante. Appena mi avvicino alla costa, ad un porto, un pontile, una qualunque banchina, mi immagino, senza dover lavorare poi molto di fantasia, schiere di avvoltoi con il segno dell'Euro sulle pupille, pronti a vendermi le loro bitte come fossero anelli incastonati di pietre preziose. L'Italia è bella, insuperabile, da un punto di vista artistico la Grecia non può illudersi neanche minimamente di competere, anche se le atmosfere greche sono spesso inarrivabili, fatte di silenzio e natura, eppure il diportista finisce per preferire i mari ellenici perché finalmente si sente affrancato dai taglieggiamenti dei concessionari di pontili e banchine nei porti demaniali. Chi naviga sa perfettamente di cosa parlo, per chi non naviga spiego rapidamente che è come se tutta la strada sotto casa vostra fosse data in concessione a prezzo irrisorio a qualcuno che poi vi obbliga a pagarlo profumatamente per parcheggiare la macchina anche in terza fila. Il benvenuto in Italia me l'ha dato lo Stretto di Messina, due città contrapposte in poche miglia, due grandi porti e nemmeno un metro di banchina per il diporto, per il transito o anche per un emergenza. E' normale? No, ma è un po' di tempo che mi chiedo quale nel nostro paese sia diventato il concetto di normalità.

 
Lipari
Dopo quattro giorni ininterrotti di mare mi ritrovo a bighellonare fra le isole Eolie, quello splendido arcipelago, piuttosto inospitale, però, per chi naviga: per i costi inaccettabili, più di cento euro al giorno per un gavitello, e per i fondali molto alti che rendono complicato anche l'ancoraggio. Ho appuntamento a Lipari con Jack, un amico che ha fatto del mare la sua scelta di vita e che mi aspetta all'ancora sotto la cava abbandonata di pomice. Con me, ancora per qualche giorno, c'è Andrea, un altro professionista del mare, anche se in modo molto diverso, mi incuriosisce questo contatto fra loro due, un pirata ed un uomo delle istituzioni, certo però che l'amore per il mare che li accomuna, e che accomuna me ad entrambi, sarà l'inestinguibile trait d'union fra noi. Saluti, abbracci, pacche sulle spalle, poi decidiamo di spostarci a Panarea. Panarea? Oddio! Ho sempre in mente la scena di Caro Diario di Nanni Moretti, dove una ineffabile PR si dice in grado di organizzare nel giro di 24 ore una festa con un elefante vero, temo lo shock nel passare dall'atmosfera bucolica delle isole greche al fichettame esasperato di Panarea, io, abbigliato più come un mozzo di un peschereccio che come un dandy da piazzetta, sarò certamente additato o scambiato per un facchino extracomunitario. In rada conto dieci barche, altro shock, più barche qui un giorno feriale di fine settembre che a ferragosto in Grecia. Ma non importa, organizziamo una cena a bordo da Jack, preparo la peggior carbonara della mia vita (ma per colpa degli ingredienti, non mia), passiamo una bella serata nella quiete assoluta, chiacchierando di vela e raccontandoci le nostre vite, anche particolari intimi, con la serenità di chi sa di avere davanti un amico sincero che non lo tradirà. La biografia di Jack è ricca e variegata, fatta di alterne fortune, ma sempre vissuta sul piano della schiettezza e della libertà. Come si fa a non amare un personaggio così? Terminata l'ultima bottiglia, molliamo le cime che vincolano le barche e ciascuno si ritrova sul proprio calumo, ma so che resteremo vincolati alle cime della fratellanza di mare, come non tarderà a dimostrarmi adoperandosi per aiutarmi a risolvere il problema di cui parlerò tra poco.
 
Panarea
La mattina dopo, Andrea ed io decidiamo di andare a terra col tender per dare un'occhiata all'isola: mondana e modaiola che sia, è decisamente carina, una visita è doverosa. Sul molo un paio di auto elettriche, quelle da golfisti, con la scritta taxi, danno subito il marchio di sciccosità che generalmente aborro, gli autisti ci squadrano con uno sguardo, iscrivendoci immediatamente nella categoria "pezzente-non potenziale cliente", il che non mi dispiace affatto. Entriamo in un bar, dopo quattro mesi l'idea di un cornetto mi stuzzica veramente, temo solo un conto stile Harry's a Venezia o uno scontrino di quelli che a Roma tengono sempre in serbo per qualche incauto giapponese. La stagione è ormai finita, il barista, inevitabilmente fichetto anche lui ma simpatico e cordiale, ha tempo e voglia di chiacchierare e a me fa piacere ascoltarlo. Panarea vive di turismo extralusso, mi dice, la gente che viene qui vuole la discoteca ed il locale alla moda, non ci sono altre attrattive, appena finisce il caldo spariscono tutti, la stagione è brevissima e questo contribuisce alla lievitazione naturale dei prezzi. E l'inverno cosa fate?, chiedo. Siamo 250 persone, tutti hanno un'attività legata al turismo estivo, si lavora per prepararla, altrimenti di sta in casa a guardare la TV. La prospettiva non mi esalta, certo è che quella di campare dodici mesi con il lavoro di tre mi sembra un po' una pretesa. Sulle Dolomiti, ad esempio, molti maestri di sci l'estate lavorano nell'edilizia, anche se mi rendo conto che Panarea è talmente piccola che inventarsi qualcosa è veramente complicato. Ogni paio d'anni si vede Armani, ha casa qui, passeggia per le strade normalmente, quest'anno si è vista anche Byoncee (spero di aver azzeccato come si scrive), è la chiosa finale del barista. Panarea vive di questo, o meglio dei gonzi che pagano cifre da capogiro quello che altrove avrebbero a prezzo di saldo solo per poter dire di aver visto qualche vip o pseudo tale fare quello che tutti i comuni mortali fanno di solito in vacanza. 

Lapide del cimitero di Panarea
Uscendo incappiamo nel piccolo cimitero locale, mi incuriosisce, entriamo a dare un'occhiata, nell'isola del clamore la morte ha il sapore della nemesi. Mi soffermo sulle tombe più antiche, persone decedute nei primi anni del novecento, alcune quasi centenarie, mi piace guardare i loro volti sfumati nei dagherrotipi affissi sulle pietre tombali, hanno un'aria da Spoon River, leggo gli epitaffi, sono tutti esempi di preclare virtù, strappati alla vita terrena da guerre o mali incurabili, tutti dormono, dormono sulla collina, chissà se sognavano un cimitero di campagna e io là.
Torniamo a bordo, due ore a Panarea sono sufficienti, basta così. Mentre trasbordiamo dal tender a Piazza Grande passa un barchino con sopra due signore, Andrea inizia a salutarle molto calorosamente, con ampi cenni della mano, mentre le due lo ignorano. Perché le saluti?, gli chiedo. Perché mi stavano salutando loro. Andrea... non ti salutavano, stavano semplicemente tirando la lenza della traina con la mano. Ci rimane male.

Panarea
Salpiamo l'ancora, la nostra meta è Palermo, c'è il meeting nazionale di un gruppo di lettura che seguo da tempo, prima però voglio passare su una secca vicino Salina per cercare di fare la spesa ittica. Invece arriviamo e c'è la fila. Sì, la fila, c'è una barca ed un pallone che segnala dei sub in immersione e subito dietro un'altra barca che gironzola attorno nell'attesa che gli altri cedano il posto, una scena che mi conferma, non che ce ne fosse bisogno, che per il mio modo di navigare la Grecia è meglio dell'Italia. Lo dico con un po' di rammarico, ma è così, a fare la scimmia ammaestrata che salta da un gavitello costoso all'altro non ci sto. Ci rimettiamo subito in rotta, c'è pochissimo vento ma preferisco non usare il motore perché da qualche giorno sento qualcosa all'invertitore che non mi convince, armiamo il gennaker e avanziamo a neanche tre nodi, ma per fortuna non abbiamo fretta. Al traverso di Pollara, isola di Salina, vedo sull'AIS un nome che conosco. E' la barca di Paolo, un altro che ha fatto del mare la sua vita, accosto di novanta gradi e passo a salutarlo. Ci affianchiamo e veniamo invitati a bordo per un caffè e quattro chiacchiere, osservo e ascolto, Paolo ha fatto il giro del mondo, ho solo da imparare, sono di fronte ad un gigante. Mi parla dei suoi programmi futuri, ovviamente legati alla vela, alle rotte che ha in progetto, navigazioni ad ampio raggio come è nel suo stile. Una stretta di mano, poi riprendiamo il nostro cammino, contenti di questo interessante ed inaspettato incontro.
 
Tramonto su Alicudi
Fa caldo, non c'è vento, il mare è pieno di buste di plastica e la traina non dà frutti. Eppure andiamo, avanziamo, seppur lenti, e tanto basta. Pensavamo di fermarci a Filicudi, ma siamo talmente lenti che conviene continuare a navigare fino a Palermo, facendo i turni la notte. A sera godiamo di un tramonto mozzafiato, con la sagoma di Alicudi sullo sfondo. Ad Alicudi sono anni che vorrei andare, ma è veramente impossibile ormeggiare là, è praticamente un cono vulcanico che si erge dal fondo, c'è solo un piccolo moletto, praticabile soltanto con calma di vento. Lascio il gennaker a riva e con questa velatura affrontiamo la notte di navigazione. Quando è il mio turno di guardia, solo in pozzetto, alzo la testa e vedo il cielo stellato sopra di me, la abbasso e vedo la legge morale dentro di me e tanto mi basta (Immanuel perdonami!).
 
Tripletta di piacere
Mano mano che ci avviciniamo alla costa, la sagoma del monte Pellegrino appare sempre più nitida malgrado la leggera foschia. Andrea tenta di trovare un ormeggio istituzionale nell'ambito di quel 10% di posti riservati al transito che la legge prevede, incontrando il solito muro di gomma quando si parla di posti barca. Mi gioco la carta della Lega Navale, sono stato loro ospite già l'anno scorso, sono stati gentilissimi con me e quest'anno non sono da meno, mi offrono oltre all'ormeggio anche acqua e corrente. Li trovo ad aspettarmi in banchina, ho chiesto assistenza perché con l'invertitore che non va non mi fido a fare la manovra. Ho fatto bene, malgrado l'assenza di vento, fatichiamo un po' ad entrare. Lancio le cime a terra, me le restituiscono passate a doppino ed è fatta, siamo a Palermo, in pieno centro città, può partire il tour culturale che abbiamo organizzato e che prevede cannoli, caponata, pasta con le sarde, pescespada, ecc. Detto fatto, corriamo da Franco u vastiddaru, una bettola dietro il porto, dove lo street food assurge al rango di arte. Evito il tipico panino con la milza, malgrado sia ghiotto di interiora e frattaglie, l'ultima volta ci ho messo tre giorni a digerirlo, e mi dirigo verso più rassicuranti panelle e arancini (lo so, a Palermo si dice arancine, ma il mio battesimo siculo è stato a Messina e da quelle parti li declinano al maschile). Ma è solo l'incipit, da lì inizia una tre giorni di convivi, un tripudio di libagioni, un'abbuffata cosmica che francamente, dopo quattro mesi in cui la botta massima di vita è consistita in spiedini di carne e patatine fritte, mi riaccende lo stomaco e ancor di più lo spirito. La varietà di ricette in Sicilia è impressionante, è la fantasia al servizio della gastronomia, è l'edonismo del palato, l'epicureismo della glottide, l'orgasmo dell'esofago e la trance estatica dello stomaco. Tranquilli, mi fermo qui, non scendo ulteriormente lungo l'apparato gastrointestinale.
  Tre giorni a Palermo, poi diventati quattro, poi cinque per ragioni meteorologiche. Palermo è bella, a Palermo si sta bene, i palermitani sono simpatici ed ospitali. Peccato per il degrado che spesso si incontra in molti angoli del centro storico, spazzatura ed incuria che soffocano luoghi di incomparabile bellezza. Una mattina in Piazza Politeama incrocio Orlando, il sindaco, venuto ad assistere ad una breve esibizione della banda dei Bersaglieri, sarei quasi tentato di chiedergli spiegazioni, sapere perché c'è tanta spazzatura per le strade della città, perché un sindaco che si dice espressione della gente e non degli apparati non riesca a fare qualcosa. Peccato anche per il traffico e la puzza di smog che ne consegue, non ci sono più abituato e stare con la barca praticamente ormeggiata lungo una specie di tangenziale, a venti metri dal semaforo, mette a dura prova il mio sistema orofaringeo, non oso pensare a cosa mi succederà quando tornerò a Roma.
 

La banda dei Bersaglieri
Palermo è storia e presente, è una città viva, la senti pulsare nei mille locali pieni di giovani pieni di voglia di vivere, la vedi passeggiare la sera per le strade, godersi il fresco di questa interminabile estate che porta il termometro di giorno, a fine settembre, oltre i trenta gradi, la osservi nelle sue antiche vestigia, strati sovrapposti di storia e cultura che mostrano romanità e dominazione araba, Francia e Spagna, Savoia e architettura fascista. Quando raggiungo gli amici del gruppo di lettura, a farci da guida è Benedetto, Benny per gli amici, un insegnante di liceo con una carica incredibile di simpatia che rende una passeggiata per Ballarò e la Kalsa la più straordinaria lezione di storia dell'arte cui abbia mai assistito. Alla fine del giro gli faccio i miei complimenti, mi risponde che li accetta volentieri in nome del suo narcisismo. Replico che un po' narcisista lo sono anch'io, quindi il complimento vale doppio. Mi sorride e al momento di congedarci ci abbracciamo, se penso che due ore fa ignoravamo l'uno l'esistenza dell'altro, quanto calore umano in Sicilia!
 
A Palermo sono tutti belli ed eleganti. Trovo le donne bellissime e gli uomini tutti molti curati. Esagero? Forse, ma ai miei occhi paiono proprio così. Sono occhi che per quattro mesi hanno visto per lo più pescatori laidi e pelosi intenti a districare le reti, facce rese dure dal sole e dal sale, tornare in una città mi esalta il contrasto. Ancor di più me lo esalta il fatto che questa città sia italiana, perché inutile negare che sotto sotto siamo un popolo di fichetti, ci curiamo, qualcuno forse un po' troppo, e abbiamo modi che spesso ci rendono principi in casa d'altri. Siamo esteti, siamo cultori del bello, lo siamo così tanto, che diciamo belle anche le cose che in realtà sono buone: ho preso un bel caffè, per il resto del mondo il caffè è o non è buono, non bello.
 

Palermo, Piazza S. Domenico
E veniamo alle note dolenti. La visita del meccanico mi conferma la diagnosi: frizione dell'invertitore partita. E' un pezzo soggetto a normale usura, ha fatto il suo tempo, certo che se fosse durata un'altra settimana sarei tornato a casa. Di fare il lavoro qui non ho molta voglia, per quanto i prezzi siano probabilmente più bassi che a Roma, temo di ritrovarmi bloccato se per caso dovesse esserci qualche problema e si dovesse ordinare qualche pezzo chissà dove, non vorrei restare in attesa per giorni o settimane, appeso a qualche spedizione internazionale dall'Inghilterra o gli Stati Uniti. Comunque sia, la faccenda mi mette in difficoltà, non so bene che fare, dovrei risalire tutto il Tirreno a vela senza la possibilità di entrare in porto e in questa stagione il groppo, il temporale improvviso, è sempre in agguato e ad esso si associano spesso venti fortissimi ed improvvisi. La cassa di bordo, inoltre, è quasi vuota, rimanderei volentieri il lavoro alla primavera prossima. Confido i miei crucci sugli spazi telematici che frequento abitualmente e subito si scatena una gara di solidarietà che quasi mi imbarazza ma indubbiamente mi fa molto piacere. In molti mi offrono il loro aiuto, mi danno consigli, mi aiutano a vedere la faccenda con quel pizzico di freddezza che a volte, quando si è un po' demoralizzati, si perde. Ricevo telefonate, mail, visite a bordo, da persone poco o per niente conosciute, tutte a chiedermi cosa mi serve, come possono aiutarmi a risolvere il problema. Ivan mi convince che la soluzione si chiama Marsala. E' a poche miglia, circa 70 da Palermo, mi mette in contatto con Davide che gentilissimo mi dice tutto quello che c'è da sapere e alla fine traggo il mio dado: Piazza Grande svernerà a in quella città ad un prezzo che è la metà di quello che pago a Fiumara, la raggiungerò facilmente con voli low cost su Trapani e davanti avrò le Egadi e tutto un mare meraviglioso da navigare. Perché la Sicilia è vita, è natura, è calore umano, non è solo piaghe, non è solo quella brutta, terribile realtà che neppure Johnny Stecchino riusciva a nominare per esteso.


12 commenti:

  1. Complimenti Luciano, bel racconto.
    Sul fatto di lasciare la barca lontano da casa hai fatto una scelta coraggiosa ma valida.
    Buon vento

    Gianni

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  2. Sei come uno di quei nobili vini pregiati: migliori sempre di più con il tempo!
    Sono rimasto veramente incantato leggendo questo tuo post, tutto da condividere nei contenuti, sofisticato nelle citazioni.....chapeau bas mon Capitaine!
    Ben tornato.

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  3. grazie per le meravigliose sensazioni che ci hai regalate con i racconti del tuo peregrinare nel mediterraneo.

    milko

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  4. Carissimo Luciano,
    Palermo è una città magica, così come tutta la Sicilia. Ho avuto la possibilità di visitare la città grazie a Giuseppe Giorlando, persona straordinaria ed ospitale, con la quale dividiamo la stessa passione: una barca a vela Comet 375. Ebbene sì, è stato proprio tramite questa barca che noi ci siamo conosciuti in un gruppo dedicato al 375 e non so da dove mi è venuto fuori il coraggio di prendere l'aereo e di andare a Palermo. E mi si è aperto un mondo. I siciliani sono gente gentile ed ospitale, Giuseppe un vero amico. Ed il nuovo acquisto al gruppo è stato proprio Ivan De Francesco che tu hai nominato nel tuo diario, anche qui il coraggio lo prenderò a due mani, ed in primavera andrò a Roma dove non sono mai stata per conoscerlo. A Marsala ci sono stata con Giuseppe, vedrai, è un bel posto, bella gente, un bel marina. Piazza Grande starà bene e facilmente potrai raggiungerla con l'aereo. I tuoi racconti sono sempre bellissimi, spero che un giorno le nostre rotte si possano incrociare e conoscerti di persona. Buon vento

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  5. Bravo Luciano, bella pagina. Ciao Annalisa

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  6. buona scelta, ci si vede a Roma :)

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  7. un altro racconto molto bello, bravo Luciano! l'dea di lasciare la barca a Marsala mi sembra giusta (anche se penso che sarai obbligato a lunghi soggiorni a Marsala per fare i lavori), sarà comunque bello venire a trovarti là!
    Ciao, Augusto

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  8. Grazie come sempre a tutti per i commenti, graditissimi! Augusto, vieni quando vuoi, quest'anno ti sei perso un bel giro. Ultimo, ormai ogni volta che ti leggo mi commuovo, se passi a Marsala o a Roma fammi un fischio, ti ricopro di caffè!

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    1. Roma, vengo spesso :)
      Sarebbe bello conoscerti per un caffè...ma offro io per ringraziarti delle piacevoli letture :)

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  9. Qualcosa è cambiato. Per leggere di grandi o piccoli viaggi per mare, che poi continuano a terra, per terminare nel fondo dell'anima, non è piu necessario conoscere qualche lingua straniera. Si diffonde, mi sembra, un piacere nuovo del raccontare per rinnovarne uno antico dell'ascoltare. E come eco di lontano suono, che si propaga dalle note della mia amica Francesca, trovo altri accordi che non sapevo pur essendomi familiari. Nuove armonie al tempo del disordine. Qualcosa è cambiato.
    S.

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