lunedì 22 settembre 2014

Alborán, l'isola non trovata


Appare a volte avvolta di foschia, magica e bella,
ma se il pilota avanza su mari misteriosi è già volata via,
tingendosi d'azzurro, color di lontananza.

(F. Guccini, L'isola non trovata)


Fino a non molti anni fa, prima dell'avvento di Internet, il bollettino Meteomar era la sola fonte di informazioni per le previsioni meteo. Si poteva ascoltare sul VHF ad orari prestabiliti, 4 volte al giorno, non come adesso che viene ripetuto continuamente sul canale 68, oppure a notte fonda sui canali radio FM della RAI. Era l'appuntamento fisso dei diportisti, se lo mancavi ti arrangiavi e mancarlo era molto facile perchè fatalmente l'orario di trasmissione cadeva nel momento in cui ti trovavi in un punto in cui il VHF prendeva male, così finiva che del settore che di previsione che ti interessava captavi solo un gracchiare incomprensibile. Solo sul finale del bollettino, magicamente, come per un superiore volere divino, il segnale tornava perfetto e dall'altoparlante giungeva forte e chiaro: Mar di Alboran, burrasca in corso da sudovest, forza 7.


Nessuno ha mai saputo dove si trovasse il Mar di Alboran e credo tutt'ora siano in pochi a saperlo, ancora meno quelli che sanno perchè si chiama così. Tra gli obiettivi di questo viaggio c'è anche quello di risolvere questo mistero e risoluto quindi nel mio scopo lascio il porto di Melilla insieme ad Augusto alla volta di Alboran, anzi Alboràn, anzi Alborán, gli accenti in spagnolo sono sempre acuti.
 
A vele spiegate verso la meta
Appena fuori, il vento da ponente che ha soffiato incessantemente nei giorni che siamo stati all'ormeggio, ci spinge con forza al traverso mentre osserviamo la costa africana avvolta nella foschia del mattino. Appare bella e deserta, poco o niente edificata, non c'è traffico marittimo di nessun genere, l'istinto suggerirebbe di fare rotta verso est e costeggiare tutto il continente fino a Tunisi per poi risalire da lì verso l'Italia. La ragione, viceversa, influenzata anche dagli ultimi terribili sgozzamenti di infedeli in terra santa, consiglia di girare a largo e in fretta. Lo so che il Maghreb non è l'Iraq, ma non dimentichiamo che l'incipit ai tagli di gola l'ha dato il FIS, Fronte Islamico di Salvezza, una quindicina d'anni fa proprio in Algeria, senza contare il pericolo di abbordi anche solo per rapine o prosaici taglieggiamenti da parte di autorità corrotte. Joshua Slocum, 100 anni fa, si difendeva con un fucile e spargendo chiodi da tappezziere in coperta per ferire gli indigeni che avessero tentato di salire a bordo; io però non ho armi, se non un paio di fucili da sub, ed i chiodi sono stati resi inutili dall'uso delle scarpe. Insomma, un gran peccato, ma non mi pare proprio il caso; non c'è turismo, ma non troveremmo un atmosfera rilassata, prua a nord quindi verso la nostra meta, che comunque è tutt'altro che turistica.
 

La costa africana
Che poi, non è mica peccato essere turistici, solo che a me, per indole non certo per snobismo, i posti turistici non piacciono. Non mi piacciono perchè sono troppo affollati, ma soprattutto perchè sono stati snaturati, non è sufficiente quindi andarci fuori stagione. In un posto turistico l'economia gira sulle presenze estranee, gli artigiani hanno fatto spazio alle paninoteche, le vecchiette sono state sfrattate dagli affittacamere e la gente ti sorride proporzionalmente al portafoglio che ha valutato tu abbia in tasca; la quasi totalità delle città architettonicamente belle è ridotta così, non esistono in quanto città, non in quanto luogo di aggregazione sociale ma solo economica. Melilla, pur essendo artisticamente insignificante, m'è piaciuta molto proprio perchè di turismo ne ha praticamente zero, perchè è un luogo diverso, un altrove con una sua storia da raccontare differente dalle altre. Le città europee, viceversa, sembrano tutte ormai replicare lo stesso clichè consumistico in una quinta diversa ma spersonalizzata, senz'anima, un'anima ceduta al turismo in cambio di un po' di benessere. A che serve, quindi, viaggiare in posti così? Se per viaggiare si intende l'arricchimento della conoscenza, del mondo e di se stessi, assolutamente a nulla, tanto vale starsene a casa propria, altrimenti meglio dirigersi verso località meno belle e famose ma proprio per questo più vere. Ecco, ammesso che nel 2014 si possa ancora distinguere fra turista e viaggiatore, distinzione pare fatta per la prima volta da Bruce Chatwin, direi che la differenza è questa qui, il viaggiatore dà un senso al suo viaggio, per il turista il viaggio è il senso stesso. Perchè, come ha scritto Pessoa, Per viaggiare basta esistere, ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo. E chi sono io lo avverto bene in mare: sono l'onda che frange sulla mia prua, il vento che soffia sulle mie vele, il sole che scalda le mie ossa e la mia anima.
 
L'isola non trovata
Dirigiamo, quindi, verso nord ma con la prua rivolta a nordovest a causa di una forte corrente da ovest, siamo a circa 120 miglia dallo Stretto di Gibilterra, davvero non credevo che gli effetti del travaso d'acqua fra Mediterraneo e Atlantico si sentissero così forti così lontano. Ma il confronto fra bussola di rotta e GPS non mente, c'è uno scarto di oltre 30 gradi. Certo che una volta l'esperienza era tutto, per navigare in sicurezza bisognava necessariamente aver navigato, conoscere un mare, averlo già affrontato prima di affrontarlo da soli; senza GPS non avrei mai sospettato una deriva di questa portata in questo specchio acqueo. Augusto si prepara il suo pappone dietico a base di latte, cereali e pezzi di frutta, io, meno salutisticamente, scarto un pacchetto di patatine ed una birra e mi godo in pozzetto la navigazione. Ieri sera sono andate via le ultime fette di prosciutto, il jamòn, comprato a Gibilterra, è stato uno sfizio niente male affettarlo a bordo, certamente da ripetere. Faccio il punto sulla carta nautica, siamo a circa 30 miglia dalla nostra meta e a 70 dalla costa continentale spagnola eppure si vede perfettamente il profilo delle montagne, del resto la Sierra Nevada ha picchi molto alti, al contrario di Alborán, che è alta solo 15 metri sul livello del mare. Non l'ho detto ancora, si tratta di un'isola, una piccolissima isola di neanche 1 Km quadrato, situata in mezzo al mare fra Europa e Africa. E' incredibile il numero di piccole isole che si trovano nel Mediterraneo, sono migliaia, alcune poco più che scogli, magari con sopra una casupola o un piccolo rudere, insignificanti da qualunque punto di vista, bellissime se le si guarda con l'occhio di chi ama il mare. A me questi scogli hanno sempre attratto o quanto meno incuriosito, andare ad Alborán, però, non è facile, è un parco naturale ed è zona militare, doppie limitazioni quindi, ma tentar non nuoce. Il piano è molto semplice, andare, fare un giro, provare ad ancorare; se va, bene, altrimenti tanti saluti. Unica cosa, cercare di non farsi sparare!
 
Mi è semblato di vedele un gatto...
Quella delle schioppettate non è un'eventualità troppo remota, Alborán è uno scoglio ma a volte gli scogli sono strategici ed ecco che allora vengono contesi da più parti con la forza. Nel 1960 i russi, che con il Mediterraneo non ci azzeccano veramente niente, tentarono di prenderne possesso e gli spagnoli reagirono inviando un piccolo contingente militare a presidiarla. Era l'anno della crisi dei missili a Cuba, una base piazzata a poche miglia dall'Europa sarebbe stato un bel colpaccio per i sovietici, anche se vista l'estensione ad Alborán al massimo potevano installarci un paio di cerbottane. La storia ci dice che Krushev cedette in entrambi i casi, chissà la diplomazia quali strumenti di persuasione ha adoperato nell'ombra, l'importante è che la terza guerra mondiale in quell'occasione sia stata scongiurata, anche se solo per un pelo. Ma al di là delle schioppettate di alta levatura geopolitica, pochissimi anni fa il piccolo contingente militare di Alborán ha intercettato e catturato dopo un inseguimento per mare un'imbarcazione di narcotrafficanti. Del resto il Marocco si sa che è un grosso produttore ed esportatore di hascish, con poche ore di navigazione il mercato europeo dello sballo è raggiungibile anche con un piccolo battello, cerchiamo quindi di non essere scambiati per trafficanti di droga e conseguentemente impallinati. Continuiamo intanto a navigare al lasco, il faro dell'isola è ormai ad un paio di miglia davanti a noi, inizio a scattare qualche foto col teleobiettivo, sembra un obelisco piantato su un piccolo sasso piatto e deserto con alla base una costruzione, probabilmente l'abitazione dei militari,  intorno parecchie antenne e sulla destra un piccolo molo che nasconde appena alla vista una motovedetta di medie dimensioni.
 
Un cimitero per tre morti
Un'isola è, credo, una delle mete per eccellenza per un velista, raggiungerla ha sempre un suo fascino particolare, sia che si tratti di un'isola grande e ben conosciuta, sia che, come in questo caso, sia poco più che un puntino sulla carta nautica. Da piccolo mi piaceva passare con lo sguardo il profilo delle coste disegnate sulle cartine per cercarne i piccoli lembi strappati alla terraferma dai remoti sommovimenti geologici del pianeta. Fantasticavo di andarci, me le immaginavo come uno scrigno incontaminato dove godere del fascino della natura e del mare. I miei occhi di bambino sognavano in molti casi una realtà mai esistita, in altri la mano dell'uomo ha provveduto a distruggere in pochi decenni delicati ecosistemi naturali non in grado di reggere pressioni turistiche o semplicemente antropiche di grossa portata senza soccombere. Sognavo Giannutri, Palmarola, lì davanti alla costa tirrenica, vicine eppure irragiungibili, perchè non collegate con traghetti, riservate ai pochissimi diportisti patentati di allora, mio padre aveva un piccolo gommone che non avrebbe mai potuto affrontare una navigazione del genere. Oggi sono prese d'assalto da migliaia di barche e barchette, la fauna ittica è stata sterminata oppure è scappata via, nelle rade quando si sta alla fonda si gioca, si fa per dire, all'autoscontro. Pagano certamente lo scotto della vicinanza alle grandi città ma anche uno sfruttamento turistico scriteriato che le ha ridotte a scogli da cui stare alla larga, almeno dal mio punto di vista. Mi resta il ricordo di quel contorno disegnato dalle linee batimetriche crescenti dove la mente volava via sognando il fascino incomparabile del mistero e restano i tanti isolotti sparsi per il Mare Nostrum a rinnovare e rendere vivo quel ricordo, se allungo la mano, ora, posso quasi toccarne uno di essi.
 
Bye bye
Voglio lasciare Alborán a dritta, poi strambare per girargli attorno ed infine gettare l'ancora sul lato ridossato, poco prima del molo. Quando siamo davanti al faro, il sole basso evidenzia in modo chiaro la sagoma di 3 o 4 persone che ci osservano, una di esse ha un binocolo in mano, continuo a scattare foto e loro ad osservarci. Dopo il cambio di mure in pochi minuti abbiamo fatto il giro completo, sull'altro lato c'è un piccolissimo cimitero che pare ospiti le suocere di un paio di guardiani morte agli inizi del '900, chissà se di morte naturale, ed il corpo di naufrago finito qua chissà come. Ammainiamo le vele, e col motore al minimo dirigiamo verso la piccolissima cala. Piuttosto che attendere che vengano a dirci qualcosa, chiamo io sul VHF; mi rispondono dicendo che non si può ancorare a meno di un miglio e navigare a meno di 300 metri. Io capisco solo la seconda parte e inizio a calare l'ancora sotto la piccola scogliera. Non ci siamo capiti, mi ripetono, dovete ancorare a un miglio. Ok ricevuto, indugio leggermente a ritirare su l'ancora, quello che mi interessava, vedere l'isola che non c'è, l'abbiamo fatto, possiamo andare. Lancio un ultimo sguardo alla scogliera che abbiamo davanti, l'isola trovata che presto svanirà. Ora prua su Cartagena, ci aspetta una notte di navigazione, avrei preferito una bella cenetta e poi una notte di riposo ma per mare bisogna sempre essere pronti a tutto, i programmi sono sempre lì per essere cambiati, completamente quanto repentinamente. Un momento, mi dicono dalla radio, mi dia il suo numero di matricola. Certamente! Sciorino i miei dati scusandomi per il disturbo e li saluto, chissà se Piazza Grande è finita in qualche database di navi pirata, da qualche parte devo avere la Jolly Roger, la bandiera con il teschio e le tibie incrociate, comprata anni fa per far divertire i miei figli quando erano piccoli, sono pronto ad issarla e vendere cara la pelle. Il sole intanto è andato giù oltre l'orizzonte, le vele sono belle gonfie di vento, l'onda è leggera e non fastidiosa, il profilo di Alborán si fa sempre più confuso alla nostra poppa fino a sparire nel buio della notte ed io metto un altro segno di spunta nella lista dei sogni realizzati, della vita vissuta.


 

4 commenti:

  1. grazie per il racconto e continua a far segni di spunta per i tui sogni

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  2. I tuoi sogni realizzati ci permettono di leggere siffatti racconti! Continua così Capitano! Buon Vento

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  3. Parecchio interessante la "storia" di Alboran. Stai a diventa' bravo. Grazie, again!
    Emanuela Z.
    (PS: sei consapevole che il pensiero di quelle suocere chissà se morte di morte naturale non mi farà dormire???)

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