venerdì 24 ottobre 2014

Macinaggio, che botta sul dito!


Il mare non è mai stato amico dell'uomo, tutt'al più è stato complice della sua irrequietezza.
 

(J. Conrad, Lo specchio del mare)

Soffia, soffia forte, fortissimo. Colpisce Piazza Grande sul lato di dritta, la scuote, la strattona facendo stridere le cime di sopravvento che si allungano fino al massimo consentito dalla loro elasticità per poi ritrarsi su se stesse una volta arrivate al limite. Così ininterrottamente, una frustata dopo l'altra. Fra le sartie risuona come un ululato, le bandiere alle crocette sbattono con lo stesso rumore delle lenzuola stese al vento, le drizze tintinnano all'interno della cavità dell'albero malgrado le abbia cazzate a ferro.
L'acqua nel porto ribolle sbattendo contro la parte inferiore dello slancio poppiero, aggiungendo il cupo rimbombo delle sciabordate all'assordante rumore generale. Era tutto previsto, tutto annunciato a suon di tamburo dai meteorologi di mezzo mondo, la depressione più forte degli ultimi mesi sul Mediterraneo, venti fino a Forza 10 nel tratto di mare fra il Golfo del Leone e le isole di Corsica e Sardegna, esattamente dove mi trovo io, ovviamente non fuori ma in porto.
 
Capo Corso, ancoraggio sull'erba
Sono partito da Menton un paio di giorni fa, in ampio anticipo sulla tempesta, spinto da una leggera brezza a circa 4 nodi, con mare calmissimo e branchi di tonni che saltavano fuori dall'acqua, non ho capito se in quanto prede o predatori, erano un po' troppo grandi, dai 10 chili in su, per appartenere alla prima categoria. Uno di questi ha deciso di pasteggiare con il mio rapala, l'esca artificiale che uso per la traina, ci ho messo mezzora per recuperare la lenza e portarlo sottobordo, per poi vederlo andar via quando era già con la testa sulla spiaggetta di poppa e stavo per afferrarlo con il raffio. Il filo ha ceduto, consumato sfregandosi sullo spigolo dello specchio di poppa, bastava che durasse 10 secondi di più ed avrei messo a paiolo una bestia di almeno 20 chili, il pesce più grosso che abbia mai visto abboccare. Inutile dire quanto ci sia rimasto male, se volevo una conferma sulla necessità di un'attrezzatura da pesca più robusta, l'ho avuta nel peggiore dei modi. Ho ricazzato le scotte e rimesso la barca in rotta per Capo Corso, con davanti circa 100 miglia e parecchie ore di buio perchè ormai le notti in questa stagione durano più del giorno. Temevo il freddo notturno, il freddo è una delle cose che più mi fa paura a bordo, fa perdere lucidità peggio della stanchezza, faccio quindi sempre molta attenzione a mantenermi al caldo, una volta perso calore è difficile riacquistarlo senza avere un riscaldamento di tipo nautico che io purtroppo non ho. Invece la notte è asciutta e quasi tiepida, quando cala il sole resto in pozzetto con una felpa leggera indossata più per scrupolo che per necessità, è incredibile questo autunno, uno strascico lunghissimo d'estate che sembra non voler finire mai.
 
La Giraglia e la luna dell'alba
E' una notte senza luna, spengo tutte le luci tranne quelle di navigazione, il cielo si riempe di stelle in modo quasi inverosimile, c'è un senso di pace e tranquillità fantastico, spengo anche il computer con il GPS cartografico, ho verificato che non ci sono scarroccio nè corrente, non c'è pericolo di andare fuori rotta. Dopo qualche ora la luce lampeggiante del faro della Giraglia, l'isoletta davanti Capo Corso famosa per una regata omonima, mi conferma che sono esattamente dove dovrei essere. Quante notti ho passato a scrutare nel buio per cercare qualche luce che potesse segnalare un pericolo o un'opportunità, un po' come le carte del Monopoli. Poi giro la testa e vedo un piccolo spicchio di luna rosato che si sta alzando sul mare riflettendo sull'acqua una luce di un colore incredibile. Quando arriva l'alba sono ormai al traverso del capo, il sole emerge da uno strato di nuvole basse, vi filtra attraverso con sottili lame di luce, poi tinge di rosso il cielo dopo averlo lentamente acceso. La navigazione notturna è stancante, si dorme poco o niente, ma certi spettacoli naturali ripagano qualunque sacrificio, in questi mesi ho fatto una collezione di albe e tramonti incredibili sul mare da essermene saziato per tanti mesi a venire. Passo la Giraglia investito dall'odore resinoso della macchia mediterranea, qualche piccola barca da pesca lambisce la costa cercando pesce che da queste parti generalmente non manca, poi, un paio di miglia più avanti, dopo una breve sosta per un giretto di pesca sub, il porto di Macinaggio, un posto che mi è entrato nel cuore tanti anni fa e che da allora porto dentro.
 
L'ira del mare sul frangiflutti
La prima volta che sono stato qui avevo 26 anni, m'ero appena patentato nauticamente e avevo messo un'annuncio su una rivista di vela per offrirmi alla pari, come si usa, imbarcato cioè senza pagare o essere pagato, condividendo spese e lavori con tutti. Fra quelli che mi contattarono scelsi una coppia di mezza età che voleva un paio di braccia giovani, fu un'esperienza ottima, navigammo per quasi due mesi fra il Tirreno centrale e la Costa Azzurra, imparai tantissimo da loro che avevano anni d'esperienza alle spalle, fatti quando si andava con compasso e squadrette. Le sole concessioni all'elettronica che c'erano a bordo erano un Loran ed un radiogoniometro, due strumenti ormai obsoleti che la maggior parte dei diportisti di oggi neppure sa cosa siano. Quando arrivammo a Macinaggio mi innamorai subito del posto: un porticciolo, qualche casa, niente albergoni o villette a schiera, tante vele e qualche ragazza che dalle barche vicine lanciava sorrisi e sguardi decisamente invitanti. Sarà stata l'euforia del primo imbarco lungo, sarà stata la giovane età o i sorrisi femminili, fatto sta che da allora Macinaggio è per me un posto incantevole. Ci tornai una quindicina di anni dopo, con la barca che avevo prima di Piazza Grande, un 29 piedi di fabbricazione inglese, volevo mostrarlo ai miei figli, non ne rimasero delusi. In quell'occasione ci fu una maestralata memorabile, tre giorni di vento fortissimo, mai sotto i 50 nodi, con raffiche che mandavano a fine corsa i vecchi anemometri analogici. Su uno elettronico lessi il più alto numero che abbia mai letto: 78 nodi, una raffica arrivò a quest'incredibile valore. Anche allora era tutto ampiamente previsto, i ragazzi del porto presero con un gommone le ancore delle barche più grandi, ormeggiate nel punto maggiormente esposto, e le calarono a mano nell'altra estremità del bacino, a 80/100 metri di distanza. Passata la buriana, nessuna barca aveva rotto gli ormeggi.
 
Così l'onda dentro il porto. E fuori?
Stavolta è diverso, siamo fuori stagione, gli ormeggiatori non ci sono, l'ufficio apre solo un paio d'ore al giorno, alla reception una signora che ha l'aria di non saper nemmeno prendere in mano una cima mi dice di mettermi dove voglio e arrangiarmi, tanto tutto il molo di sopraflutto e praticamente deserto. C'è solo una barca francese, un Supermaramu, una barca lussuosa e grande, con l'aria un po' trasandata, non meno della coppia non più giovane che c'è a bordo. La mattina, prima che inizi la bufera, chiacchiero un po' con loro, è antipatico dare consigli non richiesti, ma il modo in cui sono ormeggiati è veramente insicuro. Perchè non mettete un paio di spring? gli dico. Spring?, risponde lui. , replico, delle cime da prua che allentino un po' il tiro laterale sui corpi morti. Inoltre dovreste allontanarvi, siete troppo vicini alla banchina, il vento fra poco vi ci butterà addosso. Dice una parola alla moglie, poi mi fa: possiamo vedere come ti sei messo tu? Vengono e hanno tutta l'aria di scoprire per la prima volta cosa sia uno spring. Insisto sul fatto di cazzare il corpo morto, mi dice di sì, ma quando nel pomeriggio il vento inizia a montare, noto che non hanno seguito nessuno dei miei consigli, ma hanno invece messo tutti i parabordi che possiedono dietro la poppa. Quando il vento diventa veramente forte, i parabordi cominciano a saltare su come palloncini e la poppa inzia a battere sul molo. Cazza il corpo morto, gli urlo per cercare si sovrastare il rumore del vento, aiutati con il motore, ormai a mano non ce la fai! Mi fa cenno di salire a bordo, il corpo morto non si può cazzare perchè è al limite, sono in un posto troppo corto per la lunghezza della barca, impossibile ormai spostarsi, dove poi, non si può mica cercare alla cieca di notte un posto più lungo di 16 metri. E mò so' cazzi, penso romanamente fra me e me, mentre noto che lo spring ancora non l'hanno messo. Accendono il motore con la marcia avanti al minimo, è l'unico modo di non sfracellarsi, gli dico di chiamarmi se dovessero aver bisogno e me ne vado a dormire. Le raffiche, intanto, si sono fatte veramente rabbiose.
 
Senza tubo di gomma forse le cime non avrebbero retto
Passate un paio d'ore, verso mezzanotte, sento chiamarmi. Aiutami, mia moglie ha un problema! Infilo al volo un paio di scarpe ed un maglione e salto sul molo. L'uncino di un rapala... nella spalla, biascica. E mò so' veramente cazzi, penso sempre romanamente. Nel tentativo di fissare il tender, che a buriana iniziata stava ancora semplicemente poggiato in coperta con tanto di motore, pronto a volare via come un aquilone, la signora ha agganciato l'esca della canna, anch'essa buttata là senza essere messa in sicurezza. A volte mi domando se sono troppo scrupoloso, a bordo ripongo sempre qualunque cosa quando ho finito di usarla, l'istruzione che do ai miei ospiti e di rimettere sempre tutto a posto nella stessa posizione in cui stava, in modo da poterlo ritrovare anche al buio, anche sballottati dal mare. Non so se sono esagerato, ma questi lo sono sicuramente nell'altro senso. Scendo sottocoperta, la signora ha l'ancorotto piantato nel braccio e lo sguardo contratto dal dolore, si dovrebbe far uscire completamente l'amo ed estrarlo dal nuovo buco, ma è entrato in profondità, non mi sembra un'operazione semplice. Li convinco a chiamare il 112, ma l'ambulanza non si sposta per una ragione così poco grave, l'ospedale più vicino è a Bastia e non abbiamo un'auto per andarci. Con un paio di pinze da meccanico, il marito tenta comunque l'intervento, le urla della signora poco ci manca che le sentano fino ad Ajaccio, insisto sull'ospedale, ho capito che non vogliono lasciare la barca incustodita in queste condizioni di mare e di pessimo ormeggio, mi offro di restare io a controllare, ma niente: Ci andremo domattina, dicono convinti entrambi. Me ne torno a bordo un po' preoccupato, gli ho lasciato il mio cellulare per chiamarmi se cambiassero idea, non posso purtroppo fare altro. Prima di scendere mi va l'occhio sull'anemometro che hanno a bordo (il mio è rotto da un anno): sono quasi 60 nodi.
 
Centuri: cime enormi da un lato all'altro del porto: ma quanto soffia qui?
La mattina mi svegliano i forti scossoni sulla barca. Il vento, come da programma, è girato da nord, cambiando completamente lo scenario. Ora entra molta onda in porto, mi tranquillizzo vedendo che le cime che ho messo sono piazzate nei punti giusti e lavorano a dovere, ma certo è che il ballo è decisamente agitato. La volta scorsa, malgrado il vento fosse più forte, non entrava mare, credo che dipenda dal fatto che si trattava di Maestrale, vento che parte dal Golfo del Leone e che qui arriva deviato, da ovest, dopo essersi aperto a ventaglio. Stavolta invece è da nord, il porto di Macinaggio non pare essere in grado di ridossare a dovere in questo caso, chissà se Port Toga, poche miglia più a sud, avrebbe garantito un riparo migliore, dato che ha l'imboccatura esposta a nord è possibile che la situazione fosse la stessa. A metà mattinata viene il francese, con il sorriso sulle labbra. Come va?, chiedo? Tutto bene, ho estratto l'amo, mia moglie ha urlato parecchio, ma con quell'affare non poteva dormire, ora invece riposa serena. Che culo!, penso, ancora una volta romanamente. Mi ringrazia per l'aiuto dato nella notte, mi dice che stanno ancora col motore acceso, ma lo spring non c'è verso di farglielo mettere. La giornata passa tutta così, nel pomeriggio cala leggermente e ne approfitto per una passaggiata lungo gli scogli, è un'area protetta, c'è una natura meravigliosa e nessuno in giro. Cammino fra la vegetazione bassa, guardo le onde frangere nel mare, macchie di spuma bianca che punteggiano il blu profondo, all'orizzonte il profilo Capraia e dell'Elba, reso nitido dall'aria completamente tersa dal vento, in un grande prato che arriva al mare alcuni cavalli si rincorrono custoditi da un enorme recinto, poco oltre un piccolo gregge di capre cerca riparo dietro un muretto di pietra. Il sole inizia a calare dietro la montagna, dietro il dito della Corsica, perchè la Corsica sulla cartina sembra un pugno chiuso con il pollice alzato, un pugno oggi sferrato contro questo vento che ancora non accenna a spegnersi.
 
Il mare sul lato ovest del dito
Dopo una notte abbastanza tranquilla, il peggio sembra essere passato, Piazza Grande è tutta incrostata di sale ma ha l'aria di scoppiare di salute, un paio di barche lasciate incustodite, invece, hanno le vele di prua strappate. Ne approfitto per un giro nei dintorni, ricordo anni fa alcuni paesini deliziosi nei paraggi, Tollare, Barcaggio, Centuri, vorrei affittare una macchina ma l'unico noleggiatore ha chiuso i battenti da anni, bisogna andare a Bastia. Ma non ci sono autobus per Bastia, dovrei prima prendere un taxi... Ok, capito, mi gioco la mia solita carta, l'autostop. Mi metto sulla strada ed in pochi minuti mi carica una coppia francese in vacanaza che mi lascia proprio nel porto di Centuri. Che posto delizioso, uno dei porticcioli più belli del Mediterraneo, esattamente come lo ricordavo, non è cambiato nulla. Passeggio sul molo, faccio qualche foto, passo un paio d'ore, mi concedo un ristorantino di pesce, uno dei pochi aperti, poi rialzo il pollice per tornare indietro. Mi carica un italiano, si chiama Mario ed è di Firenze, si è trasferito qui per amore, ha lavorato per un importante team di Formula 1, poi stanco di girare il modo ha aperto Facebook, ha ritrovato la fidanzata di gioventù e dopo un breve corteggiamento telematico se l'è sposata e si è trasferito qui. In Italia 'un ci torno manco morto, mi dice con accento toscano. Qui c'è lavoro, sussidi per i disoccupati, c'è pace, la gente è tranquilla. Tranquilla?, dico, Mi pare che i corsi siano invece piuttosto nervosetti. Beh, risponde, devi rispettare le loro regole, altrimenti ti sparano senza preavviso. E poi non devi costruirti una casa, sennò te la fanno esplodere. E neanche aprire un'attività senza pagare il pizzo, altrimenti ti bruciano il negozio. Comincio a pensare che lui ed io abbiamo un concetto diverso di tranquillità. Qui comandano gli indipendentisti, continua, dove abito io ogni tanto sparano col mitra sulla caserma della Gendarmerie, ma se ti prendono a benvolere ti trattano da re. Chissà, forse l'ha aiutato avere una moglie corsa oppure il fatto, come mi dice lui stesso, di essere uno che si fa gli affari suoi. Quest'estate hanno bruciato un paio di camper, erano stranieri, pescavano, pescavano troppo e la cosa non è piaciuta. Però non hanno fatto vittime, ma anche se ne avessero fatte, nessuno avrebbe visto nulla, a meno di voler fare presto la stessa fine. Pizzo, omertà, strano patriottismo questo corso, forse lo chiamerei in altro modo. Penso alla mostella a cui ho sparato il giorno che sono arrivato, penso al camper bruciato e a tutte le altre cose che mi ha raccontato Mario e capisco che quest'isola ha un problema, un grosso problema, un problema che la soffoca, la stritola in modo tentacolare come una piovra e le getta discredito agli occhi del mondo: il vento!

14 commenti:

  1. Bella Lucio, anche io ho Macinaggio nel cuore, ci capitai la prima volta ad inizio anni '80!
    Avevi conosciuto Jojo? E' stato a lungo capitano del porto, un personaggio indimenticabile per la criniera rossa, leggendario.
    http://www.snsm-macinaggio.com/jojo.html

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'ho visto di sfuggita la prima volta, era l'89 o il 90, la coppia di cui ho parlato durante la navigazione era molto orgogliosa di conoscerlo. Quando arrivammo si sbracciarono a salutarlo, lui mi sembrò che fingesse di conoscerli per non deluderli :-)

      Elimina
  2. molto bello, sembrava proprio di essere li

    RispondiElimina
  3. Ciao Luciano, grazie anche per quest'altro racconto.
    BV
    Fabrizio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te di aver letto anche questo!

      Elimina
  4. Io l'avevo già capito da un pezzo: con te ci salirei ad occhi chiusi in barca, però preferirei evitare certa "pazza folla" ;)
    Ancora una volta un appassionante ed appassionato racconto di mare. Buon vento Capitano.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Luciano per quel che mi riguarda non avresti fatto un miglio in solitario ;) basta solo trovare il coraggio di mollare baracca e burattini :)
      Comunque apprezzo moltissimo i tuoi ripetuti inviti, vedremo se un giorno si riuscirà a combinare.

      Elimina
  5. Ciao Luciano, a qualsiasi ora e in qualsiasi stagione, a leggerti, c'è la stessa fresca sensazione d'un bel tuffo dagli scogli.
    (Maurizio Berti)

    RispondiElimina
  6. Ciao Luciano, ho casualmente scoperto il tuo blog che ho cominciato a leggere con grande interesse. Ci uniscono la stessa grande passione per il mare e, da quanto ho potuto capire nel leggerti, un approccio molto simile nei confronti della vita. Continuerò senz'altro a leggerti e chissà che un giorno non ci sia l'opportunità di conoscerci di persona. Per il momento mi sono permesso di citare alcuni tuoi bei versi sul mio blog: http://robiflinstone-diariodibordo.blogspot.it/ Buon vento, sul mare e nella vita, Roberto Cantone

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Roberto, ho guardato il tuo blog, bellissime foto e citazioni. Dove navighi abitualmente? Mi è sembrato di capire all'Elba, ci sono passato pochi giorni fa, peccato non aver poturo organizzare un incontro.
      A presto e grazie di seguirmi, farò altrettanto con te.

      Elimina
  7. ...Habibti per il momento è a Punta Ala. Se passi da quelle parti fammelo sapere. Buon vento
    R.

    RispondiElimina