lunedì 18 luglio 2016

La vela di Odessa


"Ma dove siamo? Ma dove siamo?", chiese la mela.

"Se pensi che il mondo sia piatto allora sei arrivata alla fine del mondo. Se credi che il mondo sia tondo allora sali e incomincia il girotondo!"
E la mela salì, salì, salì, salì, salì.


(Area, La mela di Odessa)

Ci sono immagini che si imprimono in modo indelebile nella nostra mente e continuano a rappresentare per noi la realtà così come l'hanno fissata, anche quando la realtà è radicalmente mutata e di quelle immagini sbiadite fatichiamo a trovare tracce nel presente. È una trappola mortale in cui bisogna evitare a tutti i costi di cadere, perché ci espone a un duplice rischio: quello di essere sorpresi, se non delusi, di non trovare ciò che ci aspettavamo e quello di non vedere ciò che invece il presente è in grado di offrire. È altresì vero che ci sono immagini talmente iconiche dall'essere imprescindibili e, se anche il tempo le ha rese poco o nulla rappresentative, ricercarle è quasi un obbligo se si vogliono cogliere le radici del presente. O anche solo per confrontarle con quanto la nostra mente ha tenuto in serbo o costruito artificiosamente.

Di Odessa ho sempre avuto due immagini: la città zarista e quella sovietica, entrambe datate, superate dalla Storia ed entrambe da me interiorizzate in modo aspecifico, come una qualunque altra città di quei tempi e di quella parte di mondo. Odessa però detiene, a livello iconico, qualcosa che nessun'altra città possiede e che l'ha posta al centro della Storia europea del Novecento: il plotone di soldati che avanza, scalino dopo scalino, discendendo la scalinata che conduce al porto e da cui precipita rovinosamente una carrozzina con dentro un neonato. La conseguente disperazione della madre del piccolo è sottolineata da un primissimo piano dell'occhio di lei.
 

La scalinata
È una delle scene clou de La corazzata Potëmkin di Sergej Ejzenštejn, film che racconta in modo romanzato l'ammutinamento di una nave nel 1905, quando i primi moti rivoluzionari scuotevano la Russia zarista. La pellicola, del 1925, era dichiaratamente celebrativa del nuovo corso sovietico ed è stata considerata un capolavoro dai cinefili di tutto il mondo per molti anni; in Italia almeno fino a quando Fantozzi la massacrò con un'altra scena, divenuta celebre a sua volta, nella quale, in modo assolutamente catartico, urlava la sua dissacrante opinione. In realtà credo che Paolo Villaggio volesse colpire non il film quanto un certo tipo di intellettuale in voga in quegli anni e il conformismo ideologico che imperava allora.
 

Odessa
«Così come a Roma non si gira più in biga da un pezzo, sicuramente a Odessa non spareranno più ai neonati in carrozzina.»
È questa più o meno la risposta che ho dato, durante i mesi in cui preparavo questo viaggio, a tutti quelli che mi dicevano:
«Ma che ci vai a fare a Odessa? È pericoloso!»
A dire il vero, anche le guide turistiche e i portolani parlano di una certa pericolosità, della corruzione delle forze di polizia e dei loro taglieggiamenti, della microcriminalità diffusa, di pratiche burocratiche estenuanti per entrare con una barca. E poi l'Ucraina è in guerra. In Donbass, la regione orientale, si spara da mesi e la Crimea, la bellissima penisola sul versante settentrionale del Mar Nero, è stata inglobata (per usare un eufemismo) dalla Russia qualche anno fa, per altro senza che l'ONU avesse nulla da ridire; chissà se perché non c'è petrolio o se perché la Russia è militarmente meglio attrezzata dell'Iraq o della Libia a respingere la filantropica esportazione della democrazia in cui l'Occidente si è distinto negli ultimi decenni. Ma l'Ucraina è grande, davvero tanto, quasi quanto mezza Europa, quindi la guerra non mi sfiorerà. Del resto, se pensassi che fosse davvero così pericoloso non ci andrei e comunque sono pronto a girare la prua al primo segnale avverso. Non sono un temerario, neanche un più modesto audace, sono semplicemente un uomo che vede nell'altro, nel diverso, un'opportunità prima che un problema.
 

Delfini in Mar Nero
Il resto del mondo sembra pensarla in modo diverso, se è vero, come è vero, che Piazza Grande è l'unica barca che solca queste acque. Acque non proprio cristalline, ma in cui sono costretto a tuffarmi, una decina di miglia a nord del faro di Sulina, per liberare il timone dagli enormi ciuffi di alghe che mi trascino da quando sono uscito dal Danubio e che non sono riuscito a tirare via mentre ero ormeggiato sul fiume. Di fare il bagno lì non m'è sembrato davvero il caso. Ma lo sporco non è solo in carena, anche la coperta è parecchio sudicia. Ci sono ovunque i resti sparsi della battaglia che ho combattuto per giorni contro le mosche: così tanti che camminare a piedi nudi mi da quasi fastidio. Fra l'altro, le mosche da queste parti sembrano imparentate con l'Araba fenice: dopo ogni ecatombe, appena esco in mare, spuntano fuori copiose ad infastidirmi e pizzicarmi le caviglie, come se l'aria di mare favorisse la schiusa delle loro uova. Un branco di delfini mi restituisce un immagine di freschezza volteggiando a lungo attorno alla prua; il Mar Nero sarà pure sporco e inquinato, ma di delfini ce ne sono tanti, come da nessun'altra parte in Mediterraneo.
  

C'è anche di questo in giro
Sono al traverso di Zmeiny, l'Isola del serpente, l'unica di questo mare; uno scoglio dove la leggenda narra che sia sepolto Achille, l'eroe omerico dell'Iliade, ma di cui da qualche parte ho letto che è inavvicinabile in quanto presidio militare, quindi che mi accontento di vederla sfilare a qualche miglio di distanza. È comunque il segnale che sono entrato in acque ucraine. E mò? L'Unione Europea, con le sue pur fasulle certezze, è ormai di poppa, e ora sono qui, solo, a vedermela con i nipotini di Stalin. I quali, a dare retta a tutti quelli che hanno provato a dissuadermi dal venire, mi staranno aspettando con una mano sulla pistola e la bocca ancora piena dei resti dell'ultimo bambino che hanno mangiato giusto ieri sera. Vista la recente esperienza bulgara, che ha evidenziato come fossi tenuto costantemente sotto controllo dai radar della Guardia Costiera, do per scontato che a Kiev, al comando generale della Marina, abbiano già abbiano aperto un dossier a mio carico. Scruto l'orizzonte, cercando una motovedetta o una qualunque unità militare, ma vedo invece solo mare. Vedo anche che si sta finalmente alzando il vento, quindi spengo il motore e do a Piazza Grande il suo passo naturale: quello della vela.
 
Il monumento a Caterina la Grande
Verso sera, avvisto una nave a poche miglia da me che procede nella mia stessa direzione. L'AIS me ne dice il nome, quindi provo a chiamarla per avere un riscontro sul funzionamento della mia radio, dopo che a Costanza una cornacchia mi ha distrutto l'antenna in testa d'albero. Mi rispondono dicendo di ricevermi forte e chiaro, poi sento che parlano con qualcun'altro in una lingua di cui colgo un accento che non so se russo o ucraino ma di cui ho la sensazione che, se trasposta su carta, andrebbe scritta con l'alfabeto cirillico:
«
Da, Biaza Grandi.
»
Accidenti, parlano di me! Ma con chi? Dopo poco mi sento chiamare sul canale 16: è sempre la nave lungo la mia rotta e mi fanno una serie di domande sulla mia posizione, la mia destinazione, il mio numero di registro, le persone a bordo... Strano, molto strano. Cerco di rispondere in modo cortese ma evasivo, poi ho l'impressione che riferiscano le informazioni raccolte a qualcuno di cui però non ricevo il segnale. Comunque sia, non ho nulla da nascondere e sono un libero cittadino che solca le libere acque di un libero stato. Spero che le stesse parole non debba ripeterle il mio avvocato durante il processo!
 

Odessa: tramonto sulle gru
Vorrei arrivare con la luce del giorno, quindi a sera ammaino il gennaker e lascio solo il genova, in modo di rallentare la velocità e non trovarmi all'imboccatura del porto prima dell'alba. La navigazione finora è stata piuttosto veloce, mi ha spinto uno strano vento da sud: strano perché mi era stato detto che in estate qui soffia generalmente dai quadranti settentrionali. Un vento leggero, ma una mano ad andare me la danno pure la corrente, segnalata anche dalla carta nautica, e l'onda al giardinetto, che però fa rollare Piazza Grande in modo veramente fastidioso. Non credo che riuscirò a dormire, ma forse è meglio così: sia perché sono piuttosto sottocosta, sia perché a Kiev potrebbero non gradire se mi intercettassero senza nessuno al governo, mentre ronfo sottocoperta. L'aria della notte è molto asciutta; incrocio un altro paio di navi, ma mi guardo bene dal contattarle via radio. Quando il vento aumenta, lascio solo un piccolo fazzoletto a prua, tanto per garantire all'autopilota un minimo di governabilità, ma potrei benissimo ammainarlo completamente perché a secco di vele avanzo a tre nodi. Alla mia sinistra, le luci della costa, sovrastate in alto dal Grande carro.
 

Il faro di Odessa
Al primo chiarore, il cielo appare completamente nuvoloso e il profilo di Odessa si disegna sfumato in lontananza. Il faro del porto è ancora acceso e mi lancia impulsi di soddisfazione, di meta raggiunta, più che di semplice luce intermittente. Quando sono davanti al molo foraneo chiamo l'Harbour master per avere il permesso di entrare e subito mi chiedono se ho già avvertito la Polizia di frontiera ed il marina del mio arrivo. Alla mia risposta negativa mi mettono in standby per alcuni minuti, durante i quali provo a immaginare come possano essere le condizioni di vita nelle prigioni zariste, no, sovietiche, no... Maledetti, iconici stereotipi! Dall'altoparlante in pozzetto arriva stentoreo: «You have the permission to enter, go directly to the Yacht club, a dispatcher and a policeman are waiting for you
Formali ma efficienti, senza dubbio. O semplicemente cortesi ad aver avvertito tutti del mio arrivo? Fra dieci minuti, il tempo di essere lì, e lo scoprirò. Intanto vorrei scoprire cos'è un dispatcher, capire se è una cosa buona o meno che uno di essi mi aspetti sul pontile.
 

Il marina di Odessa
Appena varco la soglia di ingresso del porto, si scatena un acquazzone terribile e, mentre fra gli scrosci cerco il marina, penso che Fantozzi deve avere con questa città un filo diretto, se ad attendermi c'è la sua famosa "nuvoletta". Un uomo si sbraccia per farmi segno dove accostare, gli lancio le mie cime, lo ringrazio in inglese, ne ricevo in cambio un paio di minuti in ucraino di cui ovviamente non capisco una parola. Provo a fargli intendere a gesti che non lo capisco, ma lui prosegue come se niente fosse. È curiosa l'ostinazione di certe persone a parlarti nella loro lingua, magari usando progressivamente parole sempre più semplici e verbi all'infinito, anche dopo che hai mostrato di essere straniero. Per fortuna parla sorridendo; chissà, forse mi ha solo detto di aspettare che si finisca di rosolare il bambino che mi verrà offerto come cocktail di benvenuto. Alla fine capisco che mi sta dicendo di non muovermi da qui e aspettare che lui ritorni. Do una riassettata a Piazza Grande, piuttosto sottosopra per la navigazione e per la pioggia che, dispensata dalla nuvoletta fantozziana, ha tipicamente smesso di cadere appena terminato l'ormeggio.
 

Odessa Film Festival: cosa proietteranno sulla scalinata?
Tra le motivazioni addotte dai detrattori di questo viaggio c'era la questione burocratica. La burocrazia è uno dei mali della società odierna e quella ucraina risente probabilmente del retaggio di quella sovietica che aveva davvero una brutta fama. Durante l'inverno ho cercato di avere il maggior numero di informazioni possibile circa le pratiche di ingresso in Ucraina, contattando ambasciate, consolati, autorità portuali e marina, il più delle volte non ricevendo alcuna risposta alle email inviate. Alla fine ho trovato un agente marittimo che per la modica cifra di cinquecento euro avrebbe svolto per me l'improbo e faticosissimo compito di far apporre un paio di timbri su altrettanti pezzi di carta. È possibile farlo da soli? Boh! L'ostacolo linguistico potrebbe essere insormontabile. Dalle informazioni che ho raccolto l'inglese pare davvero poco diffuso e recentemente in Turchia ho avuto una pessima esperienza con un funzionario di polizia che continuava a illustrarmi in turco la procedura da seguire e ad alterarsi perché non lo capivo. Alla fine, la piccola soddisfazione di rispondergli in italiano: «Sei un grandissimo coglione.», ovviamente sorridendogli.
Ma c'è una cosa che ho imparato in questi anni trascorsi andando per mare: più si è lontani dal problema, più questo appare insormontabile; più ci si avvicina, più si raccolgono informazioni utili a risolverlo, molto spesso riferite da barche che hanno affrontato le stesse situazioni di recente.
 

Piazza Grande allo Yacht Club di Odessa
«You can do everything by yourself, Police and Custom offices are just behind the Yacth club in Odessa.»
Me l'hanno ripetuto un paio di diportisti ucraini che ho incrociato lungo la rotta. Ottimo, anche se non risolve il problema della lingua. Uno di essi mi ha anche mostrato il modulo da riempire, ovviamente scritto in cirillico. Alla fine mi sono deciso a tentare, ritenendo che una qualche procedura di ingresso debba pur esistere e che se proprio non riuscirò da solo, chiamerò l'agente esoso e lascerò fare a lui. Nel frattempo cerco sul dizionario di inglese il significato della parola dispatcher: "Da to dispatch, spedire". C'è anche una frase di esempio: "Spedire al creatore". Confido nei limiti dei dizionari tascabili e resto ottimista.

  
A ben cercare qualche icona zarista si trova!
Poco dopo torna l'ormeggiatore (che scoprirò in seguito essere lui quello che qui chiamano dispatcher) accompagnato da due poliziotte, una delle quali davvero carina e che in ottimo inglese mi da il benvenuto, mi chiede cortesemente di seguirla in ufficio e sorridendomi mi dice che rapidamente farà tutte le pratiche che mi servono. E l'orso ex-sovietico? La burocrazia cirillico-parlante pronta a fagocitarmi nel suo infernale abisso? Sarà una trappola, penso, appena in ufficio, al riparo da sguardi indiscreti, mi verrà mostrato il vero volto delle istituzioni, subirò un interrogatorio stile KGB e mi spediranno in un gulag con un pretesto qualsiasi. E invece no! La poliziotta carina resta cordiale, il funzionario di dogana si accontenta di un paio di firme e di qualche fotocopia e rapidamente mi lasciano libero di andare. Per sicurezza, chiedo conferma che sia stato tutto così semplice:
«
Am I free to go to town?»
«
Yes, enjoy Odessa
», mi rispondono con un sorriso.
«
Thank you, I will for sure!»
Sono quasi tentato di andare dall'agente che voleva cinquecento euro a fargli marameo.
 

100 anni dopo, ancora carrozzine giù per la scalinata!
Torno in barca e mi trasferisco al posto che mi assegnano, con il corpo morto e le cime di poppa fissate ad un pontile di ferro, robusto e ben ridossato. Metto un paio di spring per sicurezza, poi via di corsa in città! Subito cerco l'icona di Odessa, la scalinata Potëmkin; si chiama così, come il film, come la corazzata. È praticamente un marchio di fabbrica che deriva dal nome di Grigorij Potëmkin, amante di Caterina la Grande nonché tra i fondatori della città. Si trova subito alle spalle del porto e per raggiungerla devo camminare lungo un cavalcavia e poi un sottopassaggio che servono a superare la ferrovia che ai tempi di Ejzenštejn non c'era.
Che emozione essere qui, davvero al centro della Storia!
Cerco i cosacchi, cerco la carrozzina, cerco l'occhio della madre, ma vedo solo persone tranquille che passeggiano, osservano il bellissimo panorama sul porto e scattano foto e selfie in cui appariranno sorridenti su qualche social network. Lo so, non devo cadere nella trappola, non devo cercare i vecchi cliché superati dal tempo, ma provo a immaginare questo posto un secolo fa. Chiudo un attimo gli occhi e, quando li riapro, un'incredibile scena mi appare davanti: qualcuno sta spingendo una carrozzina giù dagli scalini. Allora è vero, è tutto ancora come l'ha raccontato Ejzenštejn, devo dirgli di fare attenzione, fra poco qui spareranno! Quando mi passa vicino, però, vedo che a spingerla è un uomo, l'occhio eventualmente è del padre, pure questo è un segno dei tempi. Evidentemente anche i costumi si sono aggiornati qui a Odessa, non solo le immagini, datate e stereotipate, che spesso ci portiamo dentro e pericolosamente continuiamo a cercare per ritrovare la realtà così come è fissata nella nostra mente.

18 commenti:

  1. Complimenti per il bellissimo post, quando possiamo ti leggiamo volentieri.Noi al momento aspettiamo qualche pezzo in arrivo e poi ci inoltriamo nel delta del Rio della Plata.
    Ciao Angelo e Antonella da S/Y Stranizza

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    1. Ciao Angelo e Antonella, grazie di seguirmi da così lontano!

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  2. Bel racconto Luciano, migliori col tempo, come il vino buono. Buon vento per il ritorno.
    Claudio Trib

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    1. Beh... se ne parla fra qualche mese! :-)
      Grazie!

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  3. Bel racconto Luciano, migliori col tempo, come il vino buono. Buon vento per il ritorno.
    Claudio Trib

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  4. Luciano, scrivi. Noi adoriamo leggerti

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    1. E io adoro che mi leggiate! La Famiglia Daddi è tra i miei lettori preferiti.

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  5. Luciano, scrivi. Noi adoriamo leggerti

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  6. Non vorrei ripetermi, però è un vero piacere leggerti.

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  7. Luciano, condividere la tua soddisfazione e' un piacere! E adesso buon vento dai quadranti settentrionali!

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    1. Beh, a meno di sconvolgimenti climatici, d'ora in poi sarà sempre vento da nord!

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  8. Racconto bellissimo ,come sempre,è un piacere leggerti .

    bv
    Alessio

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