sabato 5 luglio 2014

Carloforte, Sardegna ligure


Dopo una ventosa notte trascorsa serenamente alla ruota di fronte Calasetta, sull'isola di Sant'Antioco, salpiamo l'ancora in tarda mattinata quando il vento ha ormai mollato quasi completamente. Andrea recupera la catena, facendo attenzione che si disponga senza ammucchiarsi nel suo gavone, e quando il ferro da 16 chili ha preso posto nel suo alloggiamento sul musone di prua, alzo rapidamente la randa per uscire dalla piccola insenatura che ci ha ospitato.

Salpare a vela con vento leggero e per giunta al traverso è piuttosto facile e torna molto utile quando si vuole credere di essere grandi velisti. Appena Piazza Grande prende un poco di abbrivo apro anche il genova convinto di prendere il via, ma un paio di improvvisi salti di vento ci costringono ad altrettante repentine virate e dopo 10 minuti siamo praticamente a 200 metri dalla rada, cosa che vanifica automaticamente l'incremento di autostima acquisito con la manovra eseguita poco prima.
 

Le antiche mura
Percorrere le sole 3 miglia che ci separano da Carloforte, sull'isola di San Pietro, si rivela estenuante, cambiamo 100 volte di bordo e appena lo facciamo il vento, il pochissimo vento che c'è, gira in senso a noi sfavorevole contringendoci a virare nuovamente. Ci dichiariamo infine vinti, l'ultimo miglio lo percorriamo a motore e con lo scoppiettio festoso dell'entrobordo entriamo in porto diretti al pontile della Lega Navale dove spero di trovare, come a Cagliari, ospitalità. All'imboccatura veniamo abbordati da un ragazzo su un gommone, ci offre ormeggio ai suoi pontili, uno dei due marina fichetti di Carloforte, gli dico che cerchiamo la Lega e lui gentilmente ci indica dove dirigere. Se non trovate posto venite da me, dice, vi faccio 25 euro vista la stagione, e ci salutiamo. Alla Lega il pontile è piccolo e strapieno, quindi torniamo indietro dal tizio gentile in gommone e contrattiamo: con 40 euro ci assicuriamo 2 notti comprensive di luce acqua e una club house talmente fichetta da non osare mai, in due giorni, metterci piede. Andrea si congratula con me per la trattativa, il mio passato da piccolo imprenditore torna utile nelle situazioni più disparate. Dato che è in arrivo una maestralata e che, visto il posto che ci assegnano, la prenderemo esattamente di prua, pretendo ed ottengo 2 corpi morti.
 

La club house fichetta del marina fichetto
Carloforte ha una storia particolare, è un'enclave ligure in terra sarda, colonizzata nel '700 da un gruppo abitanti di Pegli provenienti da Tabarka, nell'attuale Tunisia, colonizzata a sua volta dagli antenati di questi. Una vicenda che inizia nel '500, alla ricerca del corallo, prosegue con saline e tonnare due secoli dopo ed arriva ai nostri giorni con i carlofortini che tra loro si definiscono tabarchini e parlano un dialetto stranissimo, ligure con cadenza sarda, di fatto la mescolanza di due idiomi a me incomprensibili. Uno dei piatti tipici locali è, ovviamente vista l'ascendenza storica, il cous-cous. In pratica sono partito da Marsala, terra di saline, tonnare e cous-cous per arrivare a Carloforte, terra di... vabbè avete capito, mi sembra di non essermi mai mosso dalla Sicilia occidentale. C'è anche un'altro elemento che in qualche modo mi lega, anzi lega Piazza Grande, a questo posto: il precedente proprietario la teneva qui, gli telefono per dirgli che in qualche modo l'ho riportata all'ovile.
 
Antichi costumi alla processione
Caso ha voluto che siamo capitati qui proprio il giorno di San Pietro, quindi festa, mercatini, tanta gente e, soprattutto processione. Mentre passeggiamo per il paese, assolutamente delizioso, incappiamo nel lungo corteo salmodiante e per quanto non ami certi aspetti della religiosità non posso non apprezzare alcune presenze in costume antico che rendono tutto molto scenografico. San Pe' lo chiamano qui, suona come un diminutivo affettuoso, di quelli che si danno ad un amico, del resto l'apostolo Pietro era pescatore, una certa familiarità non è fuori luogo. Quando la processione giunge in porto, statua e stendardi vengono imbarcati su un bellissimo gozzo antico e a suon di sirene tutto prosegue in mare in un pittoresco tripudio di barchini impavesati a festa. A suggello finale, la sera vengono sparati dei fuochi d'artificio come non ne ho mai visti in vita mia: durano più di mezzora, cinque le bocche di fuoco sul molo foraneo fra cui una piazzata in cima ad un'autogru, il cielo si illumina a giorno, fasci sfavillanti sfrecciano verso l'alto per poi esplodere e frantumarsi in mille frecce luminose che ricadono in acqua. Il santo è stato onorato degnamente, la pesca per l'anno a venire sarà quindi eccellente!
 
Il castello
Un'isola piccola come San Pietro è un microcosmo etnografico di cui il folklore religioso è solo uno degli elementi, vivere qui prima dell'avvento delle telecomunicazioni di massa significava essere veramente isolati dal mondo. Ma l'isolamento non ha solo l'aspetto negativo dell'essere tagliati fuori dal mondo, dai grandi eventi che fanno progredire l'umanità scrivendone la storia, è anche salvaguardia di piccole culture che nell'era della globalizzazione si ritrovano schiacciate da altre culture, più grandi, più importanti o semplicemente più ricche e quindi più invasive. Dove la sera si chiacchierava in piazza giocando a briscola e bevendo mirto, ora si bevono spritz e liquori importati tenendo la testa china sullo smartphone, dove si cucinava pasta fatta in casa ora si servono ora cheeseburger e kebab, dove si andava a teatro ad assistere ad una rappresentazione di qualche piccola compagnia ora si va ora al cinema a vedere il 15esimo episodio della saga di Rambo. Non mi sto piangendo addosso nè voglio sostenere che una cultura sia migliore di un'altra, voglio solo dire che la diversità è ricchezza e che il melting pot attuale sta sciogliendo tutto in un unico, indefinibile, miscuglio. Sapete perchè le vernici di sentina sono quasi sempre grigie? Perchè nei piccoli cantieri venivano fatte versando gli avanzi di tutte le vernici in un fusto e mescolandole ne veniva fuori appunto un grigio un po' spento. Ora, se dobbiamo spennellare sotto i paglioli va benissimo, ma non possiamo verniciare il mondo senza il blu, il rosso, il verde, il giallo, finiremmo per scordare la bellezza vivida dei colori. Ecco, l'incomprensibile dialetto sardo-ligure dei carlofortini, pardòn, tabarkini, è proprio questo, un colore bellissimo non ancora sbiadito, non ancora disciolto nella vernice di sentina del finto progresso.
 
L'acqua del sindaco
Siamo qui in attesa del maestrale, quindi ne approfittiamo per fare un po' di lavoretti: bucato, nafta e doccia, tanto per cominciare. Il primo nella lavatrice del marina, a gettoni (sono liguri qui), e successiva asciugatrice che però non asciuga bene e ci costringe ad un altro costosissimo ciclo; la seconda con le taniche, presso il benzinaio del paese che si arrotonda d'ufficio l'importo di 20 centesimi senza nemmeno fare la mossa di darci il resto dovuto (sono liguri, dicevo); la terza presso le lussuosissime docce del marina, a gettoni (tanto per rimarcare che sono liguri), 1 euro 10 minuti; beh, se loro sono liguri, noi siamo più parsimoniosi di loro, i 10 minuti ce li dividiamo, Andrea ed io, 5 ciascuno nel box doccia, più che sufficienti per rimettersi a nuovo ed inorgoglirci per aver salvaguardato la cassa di bordo. Ma no, quella del braccino corto dei liguri è solo una diceria, dico al mio compagno di navigazioni mentre saliamo su al castello. Sicuro?, mi fa lui, guarda là, e mi indica una specie di cabina telefonica che invece di conversazioni distribuisce Acqua del Sindaco, ovviamente a pagamento, come altrettanto ovvio è che nel frattempo tutte le fontanelle del paese sono all'asciutto. Non cediamo, fosse altro che per il fatto di aver ascritto al solo sindaco, quello che spende decine di migliaia di euro per mezzora di fuochi d'artificio, il merito di un'acqua pagata dai cittadini e a loro stessi rivenduta. Vabbè, la chiudo qua con la polemica.
 
Cent'anni e non sentirli (grazie al restauro)
Ormeggiata vicino a noi c'è la barca che ha portato il santo in processione, Ruggero II, un gozzo a vela latina del 1893, anzi una bilancella per l'esattezza, magnificamente restaurata dal proprietario, un'antica barca da carico che veniva usata per caricare il carbone estratto nelle vicine miniere di Buggerru e Porto Flavia. Anni fa ho visitato quelle miniere, ricordo le foto virate seppia di queste barche che venivano avvicinate alla riva il più possibile e poi raggiunte per mezzo di lunghissime passerelle stese sulla battigia e percorse da braccianti con in spalla i sacchi da caricare. Altra epoca, altri mondi, c'è poco da rimpiangere in questo caso, sudore e fatica per un pezzo di pane, vite di stenti in una Sardegna ai margini del mondo. Scatto mille foto a questo capolavoro di falegnameria nautica, ora utilizzato per portare a spasso i turisti, un giro lo farei volentieri anch'io, ma è tempo di salpare, la finestra meteo che aspettavamo è arrivata, alle 11 di una mattina molliamo le cime e ci mettiamo per rotta 283, abbiamo circa 200 miglia da percorrere, il vento lo avremo al gran lasco, le Baleari sono ad un paio di giorni di navigazione, lì che ci attendono.

8 commenti:

  1. Complimenti, bello scritto. Largamente condivisibili anche le tue considerazioni extra-veliche.
    Soltanto, permettimi, una tiratina d' orecchie per quel "bagnasciuga" che cozza con una terminologia invece molto corretta ; forse sarebbe stato meglio "battigia" ? :-)))))
    Aspettiamo il seguito.

    RispondiElimina
  2. Carloforte, Porto Flavia che bei ricordi, posti stupendi, gente tosta, gran popolo! Bel racconto e condivisibili certi concetti ;) Buon Vento Capitano :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Fernando, ma quando vieni a farti un giro?

      Elimina
  3. Bellissima lettura,,,
    Mau.

    RispondiElimina
  4. Leggere di Carloforte è molto divertente, così come è bello rivedere li Piazza Grande, finalmente nelle mani di un grande Capitano! Una piccola correzione, il Ruggero II è stata costruita ex novo, letteralmente a bordo strada, in un tempo di svariati anni. Era divertente passarci di fianco anno dopo anno, vederla con incredibile lentezza prendere forma e avere finalmente una splendida risposta, dopo molti anni, alla domanda: "ma che stanno facendo? ".

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per il grande capitano e per la precisazione. La storia del Ruggero me l'ha raccontata il tizio del marina, il proprietario ha mantenuto la chiglia, un paio di ordinate ed un paio di madieri, pare sia il minimo indispensabile per le regole di non so quale ente che certifica le imbarcazioni antiche. Non sono entrato nel dettaglio per non annoiare i lettori, del resto si sa che tutte le barche di legno negli anni vengono praticamente rifatte nuove. A questo splendito restauro/ricostruzione pare abbiano partecipato i migliori maestri d'ascia di Carloforte, un luogo dove questa antica arte è ancora viva. Il risultato è strepitoso!

      Elimina