mercoledì 18 novembre 2015

L'ultima pagina del diario di bordo


Amo questa Grecia al di sopra di tutto. Essa porta il color del mio cuore. Ovunque si guardi, giace sepolta una gioia.

(F. Hölderlin)


Non sono ormai molte, in questo novembre inoltrato, le barche che passano o stazionano sul molo di Poros, piccola isola delle Argosaroniche. Lungo la banchina, ampi spazi vuoti si alternano a scafi che paiono abbandonati a un destino di irreversibile putrescenza, oppure ciondolano in attesa della prossima stagione. I ristoratori, esaurita la grinta estiva con cui solitamente agganciano i clienti, siedono stanchi e annoiati nella veranda vuota del locale, mentre osservano il rado passaggio davanti a loro. Anche i traghettini di legno, che per un euro collegano con la costa prospicente, non hanno più il ritmo incessante che avevano quando la presenza turistica era nel suo pieno vigore. 
 
Serifos, incanto serale
Nel tardo pomeriggio, fa a volte capolino qualche diportista con l'aria quasi sperduta: cala l'ancora nel mezzo del canale, fra l'isola e la terraferma, poi si accosta con la poppa fino a giungere a portata di mano per porgere le cime a me o a qualcuno degli irriducibili velisti che ancora popolano questo luogo e che, com'è prassi, non manca mai di aiutare chi deve ormeggiarsi. Sono qui da alcune settimane, un tempo così lungo che sulla catena dell'ancora è inziata a crescere la vegetazione, come sulle carene non adeguatamente trattate. La sera, salgo a volte in cima alla collina dove svetta la torre dell'orologio, per godere della vista del golfo quando il cielo vira al rosso, prima di farsi scuro e aggiungere quiete alla quiete. La stagione è eccezionalmete mite: di giorno si sta ancora in costume e prima di dormire, ma non sempre è necessario, basta stemperare un poco l'aria della cabina con la stufetta per starsene bene al caldo. È una fortuna, perché, quando inizia il freddo vero, vivere su una barca delle dimensioni di Piazza Grande diventa piuttosto scomodo. A parte l'umidità, difficilmente eliminabile da una cubatura così ridotta, ci si ritrova costretti sottocoperta, privati di tutto lo spazio esterno di cui si gode in estate, reso invivibile dal clima. Invece, faccio ancora la doccia in pozzetto - con l'acqua riscaldata dal boiler ma la faccio - assaporando gli ultimi brandelli di quella vita da zingaro di mare che da qualche anno ho sposato, mentre ultimo i preparativi per tornare a casa.
 
Il monastero abbandonato delle Strofadi
Navigo in Grecia da giugno scorso, lungo una rotta che mi ha portato dalle isole Ioniche al Peloponnneso, dal golfo Saronico alle Cicladi, dal Dodecaneso a Rodi, a Kastellorizo, a Creta e infine qui, dove lascerò la barca a terra a svernare. Cinque mesi di mare, migliaia di miglia, decine località visitate, tante persone salite a bordo per condividere con me un pezzo di strada, ma soprattutto un'emozione, vissuta fra le bonacce e le burrasche che il meltemi capriccioso di quest'anno ha dispensato in modo a volte inconsueto. È piovuto forse un paio di volte e solo il caso ha voluto che i due o tre fortunali che hanno fatto parecchi danni a Idra, Lavrion e altrove, siano stati sempre poco prima o poco dopo il mio passaggio. Chissà gli asini di Idra come avranno affrontato l'acqua e il fango nelle strade o come si sentiranno ora i poveretti che hanno avuto le barche sconquassate, malgrado queste giacessero a terra custodite. Già, senza un pizzico di fatalismo è impossibile andare per mare.
Quest'anno non ho avuto, come negli anni scorsi, una meta finale, non ci sono state Istanbul o Lisbona a dirigire la mia prua, ma piuttosto alcune località che avevo mancato durante le mie precedenti navigazioni nei mari greci e che desideravo visitare. La prima di queste sono state le Strofadi, un piccolo arcipelago disabitato a sud di Zante, dove, secondo la mitologia, risiedevano le arpie, essere mostruosi metà donna e metà uccello, citate sia da Omero che da Dante. Su una di esse si trova un antico monastero abbandonato, ricco di fascino, dove nel silenzio appena scalfito dal vento ho vagato curiosando fra le stanze deserte e i cortili cadenti dell'imponente costruzione, prima di condividere la baia dove ho passato la notte con una sola altra imbarcazione. Erano invece diverse le ancore calate a Porto Kaghio, nella penisola del Mani, una piccola rada già covo di pirati nel Settecento, dove il vento teso e rafficato ha reso ancora più spettacolare la sosta.
  
Peloponneso, il castello di Methoni visto dal mare
Costeggiando il Peloponneso si vive in una dimensione fatta di silenzio e solitudine, interrotta solo da alcune interessanti soste. Fra queste, Elafonisos, forse una delle spiagge più belle di tutto il Mediterraneo, una stretta lingua di sabbia che crea un istmo con un isolotto, formando due baie, entrambe spettacolari e ben ridossate, in una splendida morfologia del territorio che ho ritrovato pressoché identica, a Kithnos e Astipalaya. Quest'ultima, una delle destinazioni previste, non ha tradito le aspettative, offrendo a sera lo spettacolo suggestivo della rocca che domina la chora, la città antica, tutta illuminata, mentre con l'equipaggio consumavamo un pasto servito su tavolini poggiati lungo la battigia. E che dire di Sifnos, di Serifos, di Nisiros, di Sikinos, di Tilos, di Alimia e delle tante piccole isole sparse come perle cadute accidentalmente su un pavimento di mare blu, che provi ma non riesci a scegliere, a decidere quale, per forza di cose, raccogliere o tralasciare. Tra queste, non volevo mancare Kastellorizo, quasi sperduta nel mare turco, famosa per essere stata la location del film Mediterraneo di Salvatores. Anche lei non ha deluso, anzi la metto certamente fra le mie preferite. Il porto e le case colorate che lo cingono sono uno scenario davvero pittoresco, mentre il mare che la bagna intorno ha degli incredibili riflessi color turchese dove si specchiano gli scogli di cui è puntinato. Una sera, nella piazza davanti alla vecchia moschea, c'è stata una festa di matrimonio, dove decine di persone di tutte le età hanno ballato per ore il sirtaki e le mille altre canzoni della tradizione folklorica. Purtroppo, molti di questi posti non ho potuto immortalarli come si deve perché a metà viaggio si è improvvisamente rotta la reflex e ho potuto continuare a scattare foto soltanto con il telefonino, con la qualità che ne consegue.
 
Sorprendente Saronico
È stata invece una sorpresa, piacevole e non prevista, il golfo Saronico, raggiunto dopo aver doppiato capo Maleas bordeggiando contro trenta nodi da nord. Malgrado la vicinanza ad Atene, anche a fine luglio non era affollato come si potrebbe temere e gli scorci che ha offerto portano a chiedersi perché non sia generalmente tenuto nella dovuta considerazione dai vacanzieri. La visita al teatro antico di Epidauro, meravigliosamente conservato, varrebbe già da sé il viaggio. La gita, però, è costata un piccolo incidente; lasciare la barca incustodita nei porti greci espone sempre a qualche rischio. Una grossa imbarcazione a vela ha aggrovigliato la sua catena con quella di Piazza Grande in un modo inimmaginabile che ha richiesto mezz'ora di lavoro di tre persone per districarle, per fortuna in un momento di calma di vento. Un episodio simile mi è successo a Nisiros. Dopo una giornata passata a girare per l'isola, visitando fra l'altro la spettacolare caldera del vulcano, rientrando a bordo ho avuto l'impressione che l'ormeggio fosse meno teso che la mattina. Ho detto a mio figlio di cazzare la catena fino a metterla bene in tensione, ma facendolo ha finito per recuperare tutto il calumo senza l'ancora attaccata. Rapidamente abbiamo mollato le cime di poppa, armato un'altra ancora e rifatto la manovra. L'indomani mattina ho raccolto facilmente il ferro rimasto sul fondo del porto, scoprendo che sia il grillo su di esso che quello sullo stroppo che metto al barbotin erano divelti. Probabilmente qualche barca, salpata quando non c'eravamo, deve aver agganciato la nostra catena forzandola ma senza spedare l'ancora, finendo quindi per far cedere per rottura i grilli che dicevo. Resta comunque il fatto che per conoscere davvero un'isola non basta vederla dalla barca, ma è opportuno affittare una macchina o un motorino, generalmente non molto costosi, e visitarla un po' nell'interno. Anche Karpathos, che arrivando dal mare non fa certo una bella impressione, girata in automobile rivela montagne a picco sul mare e preziose spiaggette incastonate fra le rocce, oltre al noto e pittoresco paese di Olympos.
  
Karpathos, Olympos
Poi ci sono state le grandi isole: Ios, Kos, Rodi e Creta. Le prime due già visitate anni fa, le seconde apprezzate, per quanto molto turistiche, per i centri storici e le fortezze antiche. Creta offre anche alcune spiagge magnifiche - Gramvousa su tutte - e uno dei siti archeologici più famosi della Grecia, se non del mondo: Cnosso. Purtroppo la visita ha comportato la delusione di scoprire che quanto raffigurato in tutti i libri di storia dell'arte altro non è che una ricostruzione di sana pianta fatta nel Novecento, sulla base di ipotesi formulate dagli archeologi senza alcuna certezza. Insomma, sono ruderi fasulli e si vede. L'arrivo a Creta è stato al termine di una navigazione divertente e impegnativa che nell'ultimo tratto mi ha costretto a bolinare con quasi quaranta nodi di vento. Non sono uno che se le va a cercare, era prevista burrasca forte nei giorni a seguire e non sfruttare quel momento relativamente tranquillo avrebbe voluto dire restare bloccati per lungo tempo a Karpathos, per altro un ridosso poco sicuro. 
  
Antikithira, il porto più piccolo del mondo
Il premio di tanta fatica sono stati la magnifica costa orientale della grande isola e i porti, spesso deserti, incontrati successivamente. In due di questi ho fatto delle soste più lunghe del solito; mi riferisco a Iraklion e Chania. Nel primo ho trovato l'ospitalità incredibile di Spyros, comandante del rimorchiatore Minotaurus, e Alberto, italiano trasferito in città, ma anche una barca gemella di Piazza Grande che le è stata affiancata durante la permanenza nello splendido scenario della darsena veneziana. Nel secondo, cioè Chania, sono stato catturato da un'atmosfera vacanziera ma delicata, fatta di taverne sotto le cui pergole l'immancabile duo di chitarra e bouzouki (un tipico liuto a 3 o 4 corde doppie) scandiva la colonna sonora delle cene al tavolo. Risalendo verso nord, ho passato una notte alla fonda in quell'isola fuori dal mondo e dal tempo che si chiama Antikithira. Solo la mattina dopo ho scoperto che il gavitello a cui mi ero assicurato non poteva reggere in caso di maltempo ma, d'altra parte, maltempo non era previsto, altrimenti avrei adottato tutte le precauzioni del caso. Non erano previsti neppure alcuni ancoraggi arditi che sono stato costretto a inventarmi a causa della notevole discrepanza fra le batimetriche riportate dalla cartografia e l'effettiva profondità che ho riscontrato in diverse zone. A volte ho dovuto improvvisare soluzioni al limite del buio per evitare di ritrovarmi senza riparo una volta fatta notte.
  
Spaghetti anchor
La vita a bordo è stata scandita dall'alternarsi degli equipaggi, dalle tratte in solitaria (non molte, quest'anno) e dagli incontri in mare con vecchi e nuovi amici. Tra i primi non posso non ricordare Carlo, con cui ho traversato di conserva il Tirreno e che all'arrivo a Cefalonia si è prodigato in un massaggio shiatsu, di cui è maestro, per alleviare il mio dolore cervicale; Michele, con cui da anni ci sfioravamo per mare senza mai riuscire a passare una serata insieme; ma anche Felice, che è passato a Poros con il suo caicco, di ritorno dalla Bodrum Cup, apposta per farmi una visita che ho gradito molto. Tra i nuovi, invece, i tanti vagabondi del mare, generalmente europei, che spesso fanno dell'Egeo la loro palestra, prima di affrontare Gibilterra e l'oceano sterminato che ne segue. A volte si tratta di coppie benestanti, pensionati di lusso che strappano gli ultimi scampoli di vita alla loro esistenza; altre, invece, di giovani sognatori che hanno saggiamente capito che siamo su questa terra per qualcosa di più che lavorare e riprodurci e che, come al banco della roulette, puntano tutto quel che hanno sul loro numero fortunato. Non sempre vincono, ma almeno hanno tentanto, cosa che gli assicurerà di invecchiare forse senza agi ma di sicuro senza rimpianti. Quest'anno ho sofferto parecchio il caldo, sia perché nelle due settimane centrali di agosto è mancato quasi completamente il meltemi a rinfrescare l'aria, sia perché ho fatto una rotta piuttosto meridionale, dove alle alte temperature si è spesso associata una forte umidità che mi ha dato non poco fastidio. O forse semplicemente perché invecchio, chissà; fino a pochi anni fa adoravo sentire il sole scottarmi la pelle e provavo una naturale idiosincrasia per il freddo. Ora, invece, non sopporto di passare le giornate madido di sudore, senza scampo sopra nè sottocoperta, in permanente attesa del tramonto per ritrovare un poco di sollievo. Che sia per me giunto il momento di mettere la prua verso nord?
  
Clinica veterinaria Piazza Grande
Una mattina, mentre ero alla fonda, vincolato a terra con due robuste cime, una piccola tartaruga marina è passata sotto la chiglia, trascinando un brandello di rete da pesca in cui era impigliata. Mi sono tuffato per prenderla a bordo e tentare di liberarla dal giogo. Purtroppo, oltre alla rete, aveva un amo in gola, piantato molto in profondità e per il quale non c'è stato molto da fare, se non tranciare il filo di nylon per evitare che si impigliasse nuovamente da qualche parte, rischiando di trattenere l'animale sott'acqua fino a lasciarlo senza fiato. Confesso che non sempre il mio atteggiamento nei confronti degli esseri che vivono in mare è così benevolo. Mi piace pescare, sia alla traina che col fucile, e anche quest'anno non sono mancate le soddisfazioni con entrambe le tecniche: tonni, cernie e lampughe le prede classiche che hanno allietato i pasti con carpacci e bottarga fatta da me. Non ho avuto, invece, cuore di catturare un grosso pesce luna che una sera nuotava attorno alla barca, fendendo l'acqua con la sua pinna  e ingannando così lo sguardo di chi vi ha scorto un pescecane. Anche i delfini, come di consueto, non hanno mancato di regalare qualche volteggio attorno alla prua. scortando Piazza Grande per qualche tratto di navigazione.
   
Un fiordo per pochi
Ero a Cefalonia nei giorni caldi della crisi, quando i giornali e le televisioni italiane riportavano scene drammatiche a cui, in verità, non mi è capitato di assistere. È vero che, grazie all'apporto di capitale straniero, le località che vivono di turismo risentono generalmente meno delle difficoltà economiche, ma ai bancomat non ho mai visto le file di cui si favoleggiava e, a conti fatti, i sessanta euro al giorno di prelievo cui erano limitati i greci corrispondono a 1800 euro al mese, molto di più di uno stipendio medio. Verò è, invece, quanto mi è stato raccontato dal personale di una moderna e attrezzata officina di Atene dove ho fatto fare un impiombatura su un cavo d'acciaio per realizzare un sistema di ancoraggio che mi sono inventato. Un impiegato molto cordiale mi ha spiegato che alle aziende greche erano state proibite le operazioni in denaro sull'estero e che, una volta esaurite le scorte di materiale che avevano, non sarebbero stati più in grado di soddisfare le richieste dei clienti. Mi chiedo come possa una nazione riprendersi se gli si impedisce, di fatto, di fare affari, di lavorare. Quando dalle urne del referendum è uscito vincitore oki, no, sono stato contento. Al di là del realismo del progetto di Tsipras, poi naufragato davanti al primo diniego tedesco, mi sono rallegrato del fatto che finalmente in Europa si levasse una voce ad affermare la necessità di una progettualità politica che non fosse solo computo bancario. Purtroppo si è trattato di un entusiasmo di breve durata, ma c'è da dire che il paese, nei mesi successivi, non ha mai dato segni di non essere in grado di sostenere il piano economico che gli è stato imposto. Effettivamente, in Grecia ci sono ampi settori la cui produttività può e deve essere migliorata. Certo, si può obiettare che i greci sono felici così, sono meno avidi del resto degli europei e probabilmente è vero. Per fortuna, comunque, non si sono aperte le porte a quella carestia nazionale che inizialmente sembrava quasi di scorgere.
  
Imprescindibilità del rollbar
Malgrado a ogni angolo si senta ripetere il ritornello «italiani, greci: una faccia, una razza», che la mentalità greca sia per molti aspetti diversa dalla nostra è un fatto che non si può fare a meno di notare durante una permanenza così lunga. I greci sono un popolo che ha ritrovato solo di recente la propria unità, dopo secoli di occupazione straniera, e sono ora giustamente fieri della loro identità, conservata gelosamente durante le fasi della Storia che hanno vissuto più da vittime che da dominatori. Forse è proprio questo ad aver tolto loro quell'aggressività che hanno invece altri popoli. Sono sempre gentili, cordiali, disponibili, ma mai ossequiosi, mai accondiscendenti. La loro generosità, che affonda le radici nell'antica filoxenia, il dovere di ospitalità, è genuina e senza calcolo, ma non ci pensano minimamente a cambiare qualcosa di sé per compiacere l'ospite. Sembrano insomma dire: questo è il piatto, prendine anche tu, ma prendilo così com'è. Un esempio? Una sera, a cena, abbiamo chiesto un dolce. La risposta è stata: «non ne abbiamo, siamo una taverna, non un ristorante», senza provare minimamente a suggerire qualche alternativa o almeno, mostrare un pizzico di rincrescimento di circostanza. 
   
Balli in piazza
In qualunque altra località di vacanza, l'offerta si sarebbe già da tempo adeguata alla richiesta dei clienti, cioè i turisti. Forse è per questo loro modo di fare che non ho mai avuto discussioni con nessuno e neppure visto persone litigare in strada o altrove. Il profitto, la ricerca del denaro, non è la loro priorità; sono filosofi, non mercanti, e lo straniero che arriva in barca viene fatto innanzitutto accomodare; poi sarà lui a scegliere cosa fare, dove andare. Spesso i gestori dei ristoranti aiutano nell'ormeggio, ma il corrispettivo che chiedono è semplicemente di prendere il biglietto da visita del loro locale che ti porgono a manovra ultimata. Sono più liberi di noi, privi di tutte quelle sovrastrutture che noi abbiamo acquisito negli ultimi decenni e che, grazie a leggi calate dall'alto da istituzioni lontane, ci hanno spesso inquadrato in schemi rigidi, estranei alla nostra cultura e costretto, nei fatti, a dismettere quel senso di ospitalità che caratterizava anche gli italiani. I greci sono orientali, più che occidentali, il loro sguardo è rivolto a est, a quella patria perduta che continuano a chiamare Costantinopoli e da cui furono deportati dopo la fine della guerra greco-turca, come stabilito nel 1923 dal trattato di Losanna, che assegnava ai nemici le città dell'Anatolia e a loro tutte le isole dell'Egeo. La loro musica è decisamente arabeggiante e il cumino è per loro una spezia non esotica ma d'uso comune. Posso dire con certezza che i greci sono senza dubbio la cosa più bella della Grecia, anzi, direi proprio che la Grecia sono loro.
   
Resti di naufragi
L'atmosfera di serenità è stata purtroppo funestata dai tristi fatti che hanno riguardato gli sbarchi di migranti provenienti dalla Siria e da altre zone del Medioriente. Arrivando a Kastellorizo, erano circa le quattro di notte, ho visto una luce illuminare la montagna sul lato disabitato dell'isola. Quando sono giunto sottocosta, quella stessa luce ha puntato me per qualche istante, per poi tornare a scandagliare la riva; si trattava, evidentemente, di una pattuglia della Guardia Costiera in cerca di clandestini partiti dalla Turchia, distante meno di due miglia. Sia a Kos che a Rodi ho incontrato gruppi numerosi di persone accampate sulla spiaggia o sul lungomare cittadino, a volte a pochi metri dalle barche all'ormeggio: un triste contrasto fra vacanza e disperazione. Poco distante, i resti della loro fuga dolorosa: mucchi di salvagenti e relitti di gommoni dall'aspetto così fragile che non sorprende che tanto frequenti siano i naufragi quando monta il mare. Spesso mi sono chiesto come comportarmi nel caso avessi incrociato una di queste imbarcazioni. Le autorità mettono in guardia dall'avvicinarsi troppo, perché le persone a bordo potrebbero agitarsi e rovesciare facilmente lo scafo sovraccarico, come infatti spesso è accaduto. E poi, cosa fare di fronte a cento persone che annaspano fra le onde, quale criterio adottare nel selezionare chi salvare e chi no, posta l'impossibilità di prendere tutti a bordo per non finire naufraghi a propria volta? Ringrazio la sorte per non avermi messo di fronte a un dilemma così atroce e lacerante per la mia coscienza. A Kos mi sono trovato a camminare mentre alcuni volontari distribuivano i pasti chiamando dei nomi registrati su un foglio; di questi, due su tre erano Mohammed o Ahmed. Nomi forse falsi, che portano inevitabilmente a temere che in mezzo ai profughi si infiltrino individui con finalità criminali.
   
Rischio corso!
Parecchie persone mi hanno chiesto perché quest'anno non ho aggiornato il blog regolarmente, come di consueto. Le ragioni sono diverse. La prima è che di Grecia ho già scritto molto durante in miei precedenti viaggi, sarebbe stata quindi, per grossa parte, una ripetizione di cose già dette. La seconda è che mantenere un blog di buon livello, che non sia cioè semplicemente la cronistoria della navigazione, è impegnativo, ci vuole molto tempo e soprattutto concentrazione, cosa che non sempre riesco a trovare quando ho gente a bordo, perché tendo a godermi la compagnia e anche a coccolare un po' i miei ospiti. Infine, volevo dedicarmi all'ultimazione del libro che racconta la mia navigazione, quasi tutta in solitario, da Roma a Istanbul, fatta due anni fa e che sarà pubblicato tra pochi mesi da un editore del settore nautico. Se un blog è impegnativo, scrivere un libro lo è ancora di più, perché è un lavoro infinito di limatura, di aggiustamenti, di attenzione costante a non ripetere concetti o termini già usati. Credo che alla fine sia uscito un buon lavoro e mi auguro verrà apprezzato come il blog di cui è figlio naturale, anzi leggittimo. Se, come si dice, nella vita bisogna fare tre cose: un figlio, piantare un albero e scrivere un libro, posso dire di averle fatte tutte e tre.
  
La chora di Astipalaya
Apro il diario di bordo e lo sfoglio, sono tantissime pagine scritte a mano: dati di navigazione, appunti sui posti visitati, cose da fare o ricordare. Scorrendolo all'indietro ritrovo fatti che mi sembrano remoti e alcuni di essi lo sono davvero, visto che di tempo ne è passato davvero tanto. Ritrovo la notte passata in bianco per il rollio, la cena a bordo di qualche barca amica, gli appunti su un fondale o un ridosso, il pesce catturato e quello slamatosi a un passo dalla poppa. Ritrovo, insomma, le tante emozioni che mi hanno accompagnato in quesi mesi di mare. Faccio l'ultima cena greca in una taverna; Piazza Grande è stata alata questa mattina e ora giace tranquilla sull'invaso, mi godo quindi la serata, incredibilmente calda. Cammino lungo la strada buia che porta al rimessaggio, gli occhi di un gatto spiccano da una siepe quando incrociano i fari di un'auto di passaggio, un cane dietro il cancello di una casa abbaia svogliatamente, poi torna a distendersi al suo posto dopo che l'ho oltrepassato. Arrivo a destinazione e l'ultima pagina del diario la scrivono le luci delle case di Poros che osservo riflettersi colorate sul mare prima di chiudere il tambuccio, per l'ultima volta quest'anno.

17 commenti:

  1. Come al solito coinvolgente , letto tutto di un fiato .
    Pensavo di rivederti al tuo ritorno per fare un po di chiacchera ma mi hai fregato.Ciao Mimmo

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    1. Avrebbe fatto molto piacere anche a me, bisogna allora combinare per incrociarsi in Grecia!

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  2. Ho letto il tuo diario tutto d'un fiato ma con un po' di calma lo rileggerò ancora. Avevo voglia di immergermi in questo racconto per capire chi sei, dove sei stato e di cosa hai fatto tesoro nella Grecia che in moltissimi amiamo. Intanto grazie e a presto!

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  3. E' il film della tua estate, ma anche della mia che ti ho seguito ogni giorno sui social. La pagina conclusiva di un viaggio per certi versi diverso dal tuo solito, raccontata come avrebbe fatto un Capitano che scrive le sue memorie, mentre la nostalgia già lo spinge a ripartire di nuovo. Con un incipit ed un excipit che sono una dichiarazione d'amore per la Grecia e la sua gente.

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    1. Grazie, hai colto perfettamente il senso, direi.

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  4. thank you so much my friend!! you've done a wonderful thing here!! congratulations!!

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  5. che dire bravo skipper e piacevole scrittore...

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  6. Mi piace molto il tuo stile di scrittura e non vedo l'ora di leggere del nuovo progetto, quando ricominci quest'anno?

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    1. Ciao, grazie per l'apprezzamento. Si riparte a maggio da Poros, direzione... nord! Resta sintonizzato.

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  7. Volentieri buon vento ⛵️

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  8. Tiseguo da Antigua,Caraibi.
    La Grecia e la sua gente, nel bene e nel male, ci rimarrà per sempre nel cuore...
    Ormai siamo dall'altra parte dell'Atlantico e il viaggio continua in un mondo diverso,nuovo,dove è sempre estate...ma quanto era bello l'inverno a Nisiros,ormeggiati a Paloi...
    Buon vento !!!!

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    1. Ciao Giuliana, grazie di seguirmi anche da così lontano!
      Buon vento a te.

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