sabato 9 luglio 2016

Sulina, lo shtetl danubiano



Le antiche carte dei corsari
portano un segno misterioso,
ne parlan piano i marinari
con un timor superstizioso.

(F. Guccini, L'isola non trovata)

Le antiche leggende marinare, quelle storie fasulle e abusate che per secoli sono rimbalzate fra i tavoli delle taverne dei porti di tutto il mondo, narrano spesso di visioni incredibili e inattese: vascelli fantasma e isole, apparsi un solo istante per imprimersi come un lampo negli occhi di chi osserva l'orizzonte, prima di sparire di nuovo. Sempre, ciarlatani ed imbroglioni hanno in malafede alimentato queste leggende per meglio abbindolare il malcapitato di turno e derubarlo, magari dopo averlo incantato, oltre che con le parole, con qualche bicchiere di rum. Ma al giorno d'oggi, chi può ancora credere a certe fantasie?
A volte giochiamo a farlo, perché chi va per mare ha sempre un pizzico di romanticismo nel cuore ma, nel momento della verità, l'uomo del terzo millennio pondera le sue scelte sui fatti dimostrabili e sulla conoscenza scientifica, giammai sulla superstizione. Men che mai un razionalista come me. Cos'è mai allora, mi chiedo, quella strana cosa che vedo delinearsi lontano, in controluce, su questo mare deserto di imbarcazioni e liscio come l'olio? Un tratto in cui secondo la carta nautica non dovrebbe esserci nient'altro che acqua.
  

Atmosfere danubiane
La osservo da un po' strizzando bene gli occhi, senza però riuscire a coglierne forma e dimensioni. Afferro il binocolo e la inquadro ma non cambia molto. Neanche una foto col teleobiettivo, ingrandita poi al computer, riesce a darmi qualche dettaglio in più. Un po' per curiosità, un po' perché potrebbe trattarsi di qualcuno in difficoltà, faccio una piccola deviazione e vado a vedere. Tanti anni fa, alcune miglia a largo del porto di Civitavecchia, una mattina in cui soffiava un deciso Forza 6, una visione analoga è poi risultata essere la prua di un piccolo motoscafo che affondava. Intorno, a mollo già da un'ora nel freddo mare di aprile, due ragazzi e una ragazza, intirizziti, che ho fortunatamente raccolto prima che finissero assiderati o peggio. Sarà mica qualcosa di analogo, ora? Accompagnato dall'allegro scoppiettio del motore, mi avvicino sempre di più, continuando a guardare e credendo di riconoscere prima la sagoma di una barca, poi di un peschereccio intento a salpare le reti, infine di una piccola isola. Ma di isole qui non ce ne sono, a meno che ne sia spuntata improvvisamente una nella notte, come la famosa Ferdinandea emersa nel Canale di Sicilia nel luglio del 1831 a seguito dell'eruzione di un vulcano sottomarino e poi inabbisatasi di nuovo nel giro di cinque mesi; un tempo comunque sufficiente perché Borboni, Inglesi e Francesi se ne contendessero la sovranità.
  

Visioni
Che si tratti di un qualcosa ricoperto di vegetazione mi appare sempre più indiscutibile man mano che mi avvicino; vedo ormai perfettamente il profilo di un fascio canne di fiume appena agitate da un vento leggerissimo. Decisamente incredulo, controllo di nuovo la carta nautica ricavandone ancora una volta la medesima informazione: non ci sono isole qui. Ma in mare non è facile cogliere l'esatta dimensione delle cose e solo a pochissime centinaia di metri di distanza riesco a capire cos'è davvero: un'enorme zolla di terra di diversi metri quadrati, ricoperta di vegetazione, che galleggia immobile sulla superficie del mare. Il pensiero mi va subito a cosa potrebbe succedere incontrandola di notte; non credo sia molto salutare centrarla a cinque o sei nodi di velocità. Probabilmente qualche piena del Danubio l'ha strappata via da un argine per lasciarla poi andare alla deriva nel Mar Nero. Chissà, magari qualche leggenda di mare è nata proprio così, ricercando nell'ultraterreno le risposte che il sapere umano del tempo non era in grado di fornire e individuando, di volta in volta nella crudeltà del demonio o nella benevolenza della divinità, il castigo o la salvezza che Madre Natura dispensa spesso con fatalistica casualità. Il ricorso al sovrannaturale è spesso la scorciatoia più comoda che hanno le menti pigre per trovare le risposte alle domande insolute che accompagnano la nostra esistenza.
  

Danubio, poco oltre l'ingresso
L'isola che non c'è, anzi che non ci dovrebbe essere, sembra però portarmi fortuna: si alza un po' di vento e posso quindi spegnere il motore e ritrovare il silenzio perfetto della navigazione a vela. Nel frattempo proseguo la mia incessante guerra contro le mosche. Piazza Grande ne è invasa, le ho prese a bordo non so dove qualche giorno fa e puntualmente, nel primo pomeriggio, inziano a venir fuori a dozzine e posarsi dappertutto: sulle braccia, sulle gambe, sugli occhiali, nel naso. Per scacciarle mi muovo continuamente, agitandomi come un tarantolato in preda ad una crisi convulsiva acuta. Oggi sono apparse in coperta anche una cavalletta, una farfalla, una vespa e un calabrone: un completo corredo da entomologo. Con un canavaccio da cucina faccio una strage che, se da un lato mi libera dal fastidio e dai morsi (sono mosche che mordono, ho le caviglie piene di bolle), dall'altro trasforma Piazza Grande in un campo di battaglia. Ce ne sono di morte ovunque, sui materassi in cabina, nella dinette, sul piano cucina: uno schifo indicibile. In pozzetto, addirittura, ne trovo una matassa che inizialmente m'era sembrata di capelli. Prima di sera mi metto dieci minuti alla cappa e faccio una doccia saponata d'alto mare che mi restituisce la splendida sensazione di pulito. Almeno fino a quando scenderà la sera e arriveranno le zanzare. Ma se l'anno prossimo andassi sulla Marmolada? Se costruiscono il porto, perché no!
  

Sulina, la chiesa sull'argine
Mentre consumo un pasto frugale a base di insalata, formaggio e frutta fresca, vedo sfilare al mio fianco le piattaforme galleggianti, petrolifere o non so cosa, ancorate al largo della costa rumena. Il Mar Nero settentrionale è poco profondo per via dell'apporto di sabbie dato dai grandi fiumi che sfociano in questa zona, il Danubio e il Dnepr prima di tutti, e questo fatto consente di posizionarle anche a molte miglia di distanza dalla costa. Alcune sono davvero enormi ma hanno almeno il pregio di essere perfettamente segnate sulla carta e segnalate visivamente con le dovute luci. Quello che invece lascia amplissimi margini di incertezza sono le molte aree segnate come minate: da chi e perché? La carta rimanda agli avvisi ai naviganti ma il Navtex non dice nulla a riguardo. Da qualche parte leggo che in quelle zone è consentita la navigazione solo alle imbarcazioni non magnetiche. Fantastico, vuol dire che per saltare su una mina devo proprio finirci sopra, non basta passargli vicino e attirarla a me! Confido che la fine della guerra fredda abbia raffreddato questi ordigni e che il mare sia stato bonificato o alternativamente ben segnalato. Insomma, la Romania è pur sempre nell'Unione Europea e in Europa non ci sono tratti di mare minato senza chiare segnalazioni. Credo si tratti semplicemente di zone per esercitazioni militari, come avviene da noi in Sardegna, e che, quando sono in atto, il mare sia pattugliato dalla Guardia Costiera per tenere lontane le imbarcazioni.
    

Memento mori
Poco prima di mezzanotte, il vento improvvisamente cala del tutto lasciandomi tristemente abbonacciato. Sono diretto a Sulina, un paese adagiato sulle sponde del Danubio, lungo uno dei bracci che formano il delta, e ho ancora più di trenta miglia da fare. Non ho fretta e se non c'è vento, non vale la pena di passare la notte senza dormire, dato che, essendo sottocosta, non è il caso farlo in navigazione navigazione. Accosto qualche grado a sinistra e dirigo verso Sfintu Gheorghe, un'altro braccio del fiume, questo non navigabile per via dei bassi fondali. Avevo però visto, mentre preparavo il Piano B senza cui non prendo mai il mare, che c'è una sorta di rada, lunga alcune miglia, dove alcune zone sono sufficientemente profonde per ancorare. C'è un solo problema: è notte e la carta nautica avverte che a causa del riversamento in mare delle sabbie fluviali, le batimetriche possono differire significativamente da quelle riportate. Quando sono nei pressi avanzo con il motore al minimo e l'occhio fisso sull'ecoscandaglio e un paio di volte sono costretto a cambiare rotta dopo aver visto avvicinarsi pericolosamente quota due metri. Certo, il fondo è sicuramente fangoso e quindi non sarebbe un dramma, ma sempre meglio evitare un incaglio, soprattutto notturno. Alla fine calo l'ancora su un fondale di circa due metri a quasi mezzo miglio dalla costa, ma va benissimo. Poco distante intravedo alcune luci, forse piccole barche alla fonda: gli unici segni di vita che rilevo. L'aria è calda e molto umida, praticamente ferma; accendo la luce in testa d'albero e me ne vado felicemente a dormire.
  
Calafatando
Mi sveglio che sono appena le sei, il sole è sorto da poco e mi sembra di cogliere i segni di un vento favorevole, per altro annunciato dai bollettini meteo. La luce mi da l'esatta percezione del posto dove mi trovo: un'ampia baia dove regnano inconstrastati la natura ed il silenzio. Sulla riva, il verde degli alberi contorna una lunghissima lingua di sabbia completamente deserta. Solo in lontananza scorgo la sagoma di una nave, forse militare. Effettivamente, ieri notte ho sentito delle voci alla radio ma ho preferito ignorarle pensando che se non potevo fermarmi qui, che almeno fossero venuti di persona a mandarmi via. Recupero l'ancora e insieme tiro su qualche chilo di fango; la lascio quindi appesa al musone perché si sciacqui un po' prima di riporla nel suo gavone. Poi imposto l'autopilota, metto a segno le vele e dopo qualche ora avvisto il faro di Sulina davanti alla mia prua. Il vento è sostenuto, non meno di venti nodi, ed entrare in un fiume la ritengo una delle manovre più rischiose che ci siano, per la quale ciascuno ha la sua tecnica preferita. La mia prevede motore su di giri, la sola vela di prua aperta e ancora libera da qualunque ritenuta, pronta ad essere calata in un attimo. Appena sulla destra dell'ingresso, giace sferzato dalle onde il relitto semiaffondato di un cargo, quasi a rammentare a chi passa di qui la pericolosità del luogo.
 

A vela nel grande fiume
Piazza Grande avanza decisa dentro il fiume, con il vento che la spinge da un lato e la corrente che la spinge dall'altro, e io vengo subito catturato dalla meravigliosa atmosfera danubiana. Stormi di  gabbiani, cormorani e cicogne volteggiano sulla mia testa per poi andarsi a posare lungo le sponde a contendersi a colpi di becco il frutto di una battuta di pesca. Per alcune miglia, i bassi argini artificiali mostrano un mare agitato sopravvento e una spianata di acqua verde sottovento. In mezzo, una lingua d'acqua dolce ritorta a tratti dalla forte corrente e percorsa da piccoli gozzi, lunghi e affusolati, spinti da moderni e potenti fuoribordo. La torre dell'Autorità Fluviale, addobbata di antenne e radar come l'albero di Natale di un centro commerciale, svetta sulla vegetazione e su alcune costruzione basse ad uso industriale apparentemente abbandonate. Un rimorchiatore si stacca da un molo e si dirige verso il mare, probabilmente per accogliere qualche grossa nave in arrivo. Qua e là, alcune gru e qualche relitto in avanzato stato di decomposizione. Incrocio molte chiazze galleggianti di vegetazione che provengono da chissà dove, chissà da quanto lontano: brandelli di continente trascinati verso il mare. È strano pensare che quest'acqua su cui sto navigando sia già passata sotto i ponti di Vienna, Budapest, Belgrado. Poi, la sagoma di un centro abitato e un lungofiume attrezzato per il passeggio mi dicono che sono arrivato a destinazione. Ora ho due problemi da risolvere: il primo, dove ormeggiare; il secondo, in che modo, perchè con la corrente e il vento laterale così forti, da soli è praticamente impossibile.
 

Un ormeggio difficile
Provo a contattare l'Harbour Master nella speranza di avere indicazioni e supporto ma si ripete il solito copione e le mie chiamate sul VHF restano inascoltate. Un uomo, intanto, ha notato che mi aggiro un po' sperduto e mi fa cenno di accostare ad un pontile galleggiante di ferro. Colgo al balzo l'offerta e con il suo aiuto e un po' tensione per il rischio di fare danni seri, porto a termine l'operazione in modo indenne. Ho messo ovviamente tutti i parabordi che ho dal lato di accosto e ora li vedo tremendamente compressi perché il vento mi schiaccia davvero con forza contro il pontile: ho il reale timore che ne possa scoppiare qualcuno. Inoltre, l'intenso via vai di barchini, provoca continuamente onde e risacca e che fanno ballare Piazza Grande come una marionetta. 
«Resta pure qui» mi dice Daniel, così si chiama il tale che mi ha aiutato, «vedrai che stasera i barchini si fermano e tutto diventa tranquillo».
Io mi chiedo invece come diavolo farò domani, o quando sarà, a lasciare quest'ormeggio, perché con la corrente così forte, appena mollo lo spring che mi tiene, in un attimo sono addosso alle barche alla mia poppa. Nel frattempo, per non sbagliare, invito Daniel a bordo per una birra, per sdebitarmi in qualche modo della sua cortesia e per il piacere di due chiacchiere con un locale. Quando scende la sera, noto che le due sponde del fiume sono illuminate con file di luci verdi e rosse, a dritta e a sinistra, per segnalare il percorso alle imbarcazioni in entrata. Io sono a sinistra e l'atmosfera è un po' da Lanterne rosse, ma è bellissimo ed effettivamente è sparito tutto il traffico fluviale. Buonanotte e sogni d'oro!
 

Vicini d'ormeggio
Mi sveglio intorno alle sette, faccio il caffè poi vado in bagno.
«
Toc toc
», sento bussare sulla murata. Accidenti, proprio adesso!
«
Chi è?
», urlo dalla mia postazione. «Polizia», risponde una voce.
Mi do una sistemata ed esco in coperta. Mi fanno le normali domande di rito, poi mi invitano a passare da loro.

«
Certamente
», rispondo, «pochi minuti e arrivo» e torno alla mia precedente occupazione.
«Toc toc»
Di nuovo?

«
Chi è?
»«Autorità Portuale»
Peggio che in Italia: cento corpi di polizia diversi e sempre nel momento peggiore. Stesse domande, stesse risposte, poi mi chiedo io stesso: riuscirò a portare a termine l'importante e delicato compito che stavo diligentemente svolgendo? Non è detto, perché di buon ora sono ripresi l'intenso traffico di barchini e la conseguente onda a complicare le cose.
Faccio il giro degli uffici che mi attendono e trovo funzionari preparati e gentilissimi. Finite le pratiche, soddisfo volentieri l'incredulità dei graduati:
«Ma veramente sei arrivato dall'Italia da solo fin qui?»
«Beh, più o meno sì»
«
Incredibile! E non ti annoi?
»
No, in mare mai, ci sono troppe cose da fare. È a terra che invece mi capita a volte di annoiarmi, soprattutto in posti dove non ci sono altri navigatori con cui fare quattro chiacchiere. E in Mar Nero di diporto ce n'è davvero pochissimo, praticamente niente.
 

Per le vie di Sulina
Passeggiando per Sulina si respira un'aria d'altri tempi. Essendo collegata con il resto della Romania esclusivamente attraverso il Danubio, per le strade ci sono pochissime automobili e qua è là mi sono imbattuto in trasporti di merce fatti con un carretto trainato da un cavallo. Le case sono basse, cinte da staccionate in legno, come a Paperopoli o a Topolina, e hanno tetti con la foggia tipica di questi luoghi, a volte in paglia o tegole, altre purtroppo in amianto; così tante da chiedermi come sia possibile non respirarlo. Spicca la cupola a cipolla di una chiesa ortodossa, sormontata dalla croce con doppio braccio e poggiapiedi e mi ricordo di aver letto che un paio di secoli fa da queste parti si sono uccisi fra di loro per stabilire come fosse realmente stata fatta la croce di Cristo: una questione teologica dirimente per la quale davvero valeva la pena di accopparsi. I pochi negozi hanno l'aria degli spacci di paese, quelli dove si trova un po' di tutto seppure in limitatissimo assortimento. Il retro della cittadina ha strade di sabbia che si chiamano freddamente Strada 1, Strada 2, eccetera, oltre le quali ci sono orti e campi coltivati a mais, in un atmosfera rurale che ha davvero un sapore antico. Camminando ancora mi imbatto in alcuni edifici più moderni e molto squallidi, condomini dai muri scrostati e dalle linee architettoniche divenute vecchie senza alcuna speranza di diventare mai antiche.
 
  
Fiumaroli si nasce!
Per uno strano gioco di ingegneria acustica, mentre lungo il fiume c'è un gran via vai e conseguente rumore, qui c'è pace assoluta. Un anziano accovacciato davanti alla sua casa risponde sorridendo al mio cenno di saluto, una donna col fazzoletto in testa porta alcune buste della spesa da cui tracimano ciuffi di verdura a foglia larga, alcuni uomini sono intenti a riparare il fuoribordo di un motoscafo sollevandolo con un argano a mano, un gatto fugge via al mio passaggio, rifugiandosi dietro un muro. Dà una strana sensazione questo silenzio, è un silenzio da rumori artificiali, si sente solo il vociare delle persone, qualche cane abbaiare e un piacevole gracidare di rane di cui la notte si riempono le strade: è il brusio naturale della vita. La sera la gente passeggia per le vie poco illuminate, alcuni bambini si rincorrono, uno di loro cade e piange per un solo minuto, il tempo necessario a trovare la consolazione della madre. Alla fine andando in giro per il mondo ti rendi davvero conto che il mondo è ovunque tranquillo, fatto in maggioranza di persone tranquille, e che le generalizzazioni, se non le mistificazioni, dei mass-media, fanno unicamente il gioco di chi ha interesse a creare tensioni fra le genti. Un'upupa si alza improvvisamente in volo e va a nascondersi dietro una fronda, distogliendomi bruscamente dai miei pensieri.
  

Lo shtetl
Sulina sembra un shtetl, uno di quei villaggi dell'Europa orientale dove, fino alla metà del secolo scorso, risiedeva la popolazione di religione ebraica. La parola sthetl è un diminutivo del tedesco stadt che significa città. Una cittadina, quindi, e l'etimo tedesco ci ricorda anche che l'yiddish, la lingua che parlavano quelle persone, è appunto un miscuglio di ebraico e tedesco. Ignoro se qui abitino o abbiano mai abitato degli ebrei, ma ho davvero l'impressione di un salto indietro nel tempo. Si assiste alla rappresentazione di un modo di vivere che appartiene al passato e che altrove si è perso da almeno un paio di generazioni. Qui sopravvivono i fiumaroli, quelli che vivono sul fiume e dal fiume ricavano di che vivere, svolgendo i tanti mestieri legati ai corsi d'acqua dolce. Sul lungofiume incontro persino un calafato, un uomo anziano intento a pressare con un martello di legno della stoppa negli interstizi delle tavole di legno della sua piccola barca. Riusciamo a comunicare solo a gesti e mi fa capire che una barca nuova costa troppo e che per questo è costretto a riparare quella che ha. Alla fine è il denaro a muovere il mondo, a dargli la direzione, e la sua mancanza ha almeno il pregio di preservare gli antichi saperi, evitando che un gozzo di legno termini la sua esistenza ardendo in un camino, sostituito da una barca di plastica che diverrà vetusta in pochi anni e il cui smaltimento contribuirà a produrre quell'inquinamento che prima o poi finirà con l'uccidere il mondo stesso. Con la beffa di chiamare tutto ciò progresso.

Il nuovo che avanzava

4 commenti:

  1. Bravo' Mr. Luciano Livingston Piazza!
    BV!!

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  2. Massimo Profeti26 luglio 2016 00:40

    Esperienza mistica. Prima o poi ti verrò a fare compagnia. Promesso.

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